Next stop is Vietnam (2)

Io ho un problema, con questi viaggi con le guide. Non mi ricordo i loro nomi. E neanche quelli degli autisti. Quindi d’ora in poi, sarà tutto un “la guida”, “l’autista”, che fa molto Stalker di Tarkovskij, ma che è segno della mia incapacità di trattenere i nomi (e/o di segnarmeli da qualche parte). A mia ulteriore vergogna, con la guida è pure successo che quando siamo arrivati in aeroporto, siccome non aveva il cartello con i nostri nomi, ci ha mandato una sua foto su whatsapp e io appena uscito dagli arrivi ho subito puntato un altro tizio che aveva la maglietta dello stesso colore.
A ogni modo, la nostra guida per Ho Chi Minh City e il delta del Mekong è un ragazzo sulla ventina, molto energetico e che fisicamente sembra anche un po’ un me stesso più giovane e vietnamita, mentre l’autista è, come da copione in questi casi, un signore più anziano che, come nei film di rapine, guida e basta (perché di solito o hai una macchina o sai parlare inglese, l’investimento è in uno solo dei due campi).

Questo dinamico duo ci recupera in albergo dopo una (buona) colazione in cui sono ancora nella mia fase di luna di miele con il mangiare alla mattina lo stesso cibo che di solito mangerei a cena (spoiler: non dura molto), ci carica armi e bagagli in macchina e si butta nel traffico dell’ora di punta per uscire dalla città.
Abbiamo avuto una prima infarinatura della mobilità locale la sera prima, nel tragitto dall’aeroporto. Ma ora che abbiamo più tempo per concentrarci su quello che succede in strada, è tutta un’altra cosa.
Motorini.
Motorini ovunque. Guidati da chiunque.
Con caschi che sembrano elmetti da fantini, caschetti della bici, caschetti coloniali verde militare con la stella rossa, senza casco.
Da soli, in due, in tre, in intere famiglie con bambini in piedi con il mento appoggiato direttamente sul manubrio, così in caso di buca i denti da latte saltano tutti in una volta sola e ci leviamo il pensiero. Ci sono addirittura dei seggioloni fatti apposta per essere appoggiati sul pianale e trasportare meglio i bambini.
Chi viaggia da solo spesso non è davvero da solo: ha un carico di borse, sacchetti, scatole, elettrodomestici a fargli o farle compagnia. Alcune robe fanno fremere il me stesso che ha giocato a Death Stranding.
In una macchina accanto, mi piace pensare, un funzionario belga dell’Unione Europa che si occupa di regolamentazione stradale viene colpito da un attacco di panico e si fa esplodere insieme alla famiglia con guida e autista.

Giustamente, ci si affida alla benevolenza divina per affrontare il traffico
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Next stop is Vietnam (1)

Non doveva essere questo, il viaggio.
Dovevamo andare fino a Sarajevo in auto da Genova, con tante tappe in montagna per fare delle passeggiate nei boschi con Diego, il nostro cane. Sarebbe stato il terzo viaggio in macchina in Europa con lui, per sfruttare l’ultimo anno di validità del suo passaporto europeo.
Mi immaginavo un viaggio che in qualche modo avrebbe ricalcato quello che quasi un quarto di secolo fa, avevano fatto quegli italiani che pagavano per avere la possibilità di sparare a qualche abitante di Sarajevo sotto l’assedio.

Poi, a metà luglio, Diego è morto all’improvviso.
Quel viaggio, pensato da Lucilla con lui e per lui, sarebbe stato troppo doloroso senza di lui.
Avevamo bisogno di andare via, di fare qualcosa di diverso, che con lui non avremmo potuto fare.

Ciao, Diego.

Per anni avevamo pensato di andare nel Sud-est asiatico. L’unica cosa che ci tratteneva dal pensarci seriamente era il calendario delle ferie: io posso prendere due settimane attaccate solo ad agosto, non la stagione migliore per il caldo e l’umidità.
Poi è arrivato il riscaldamento globale.
A quelle temperature, già ci avevamo vissuto tutto giugno e tutto luglio, un’ondata di calore dopo l’altra.
E così, appoggiandosi alla piattaforma di Evaneos, che mette in contatto i clienti con agenzie di viaggio locali (e che già avevamo usato per l’Uzbekistan), ci siamo ritrovati in partenza per dieci giorni in Vietnam.

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La calda estate della musica dal vivo

È un’estate in cui in Italia la musica dal vivo sembra essere entrata in un’era di agonismo spinto.
Ultimo fa un concerto da 250.000 spettatori paganti? Vasco Rossi, precedente detentore del record italiano, rilancia: dieci concerti all’Olimpico l’anno prossimo, tutti sold-out in mezz’ora!
Nel frattempo, come ogni anno, si riscopre che i concerti in grandi spazi sono pessimi per ascoltare musica o per vedere qualcosa, se non stai entro un centinaio di metri dal palco, e giù polemiche, reel, analisi, sfottò, ecc.

John Dominis / The LIFE Picture Collection via Getty
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I panni sporchi – 4 (Tintoria 297-300)

297 – Giulia Vecchio

La nuova vita della Gialappa’s su Tv8 è sorprendente, perché le stagioni di Mai Dire Lunedì, pur menomate dal pensionamento del signor Carlo, riescono comunque a tenere alto lo storico marchio, con l’inserimento di forze nuove. Poi la puntata intera è sempre un po’ un sequestro di persona, però le clip che girano le guardo sempre volentieri.
Non avevo capito che dietro a molti personaggi, tra cui le straordinarie Milly Carlucci e Iva Zanicchi, ci fosse la stessa attrice, appunto Giulia Vecchio.
Dalla puntata viene fuori come un personaggio decisamente interessante e i retroscena sul mondo dello spettacolo, che lei sta vedendo un po’ a 360°, sono molto gustosi.
Però l’episodio marca un momento storico: Daniele Tinti annuncia ufficialmente che “cacare in discoteca” è una rubrica ritirata. Ci sta, eh. A un certo punto le hit vanno centellinate, altrimenti si rischia di diventare delle macchiette. Cacare in discoteca ci ha regalato molte gioie, moltissima mitomania (ciao, Pietro Castellitto), ed è ora che si riposi un po’.
Comunque, tra le scarpe di Anya Taylor-Joy nello speciale da Tokyo e il minuto 29 di questa puntata direi che Tintoria possa entrare nelle playlist dei feticisti dei piedi.

298 – Valentino Rossi

Vi lascio il video qui sopra, se volete ve lo guardate e poi mi dite com’è, che a loro li hanno pagati per stare 80 minuti ad ascoltare Valentino Rossi, a me non mi paga nessuno.
Don’t hate I panni sporchi, become I panni sporchi.
(non mi interessa il motociclismo, per certi versi credo che VR sia persino leggermente meno odioso di quanto potrebbe essere, ma non voglio scoprire che mi sbaglio)

299 – Tredici Pietro

Il giovane Pietro è simpatico, morandianamente educato e gradevole, ma la puntata resta parecchio insipida (nonostante l’ampio risalto dato alla salsiccia).
Però saltano fuori alcuni temi ricorrenti: una nuova versione della storia del rap in Italia, per la quale non importa quando uno ha iniziato a farlo o sentirlo, in quel momento nella sua percezione nessuno sta facendo rap in Italia. Considerato che lo sento dire dai primi anni 90, forse c’è un problema di percezione da qualche parte. Altra cosa, la totale ignoranza dei millennial pieni per cose successe prima del 2000, qui declinata nella scoperta che Little Steven / Steve Van Zandt è il chitarrista storico di Bruce Springsteen (ma anche autore di una canzone che qui crediamo di Antonello Venditti).

300 – Daniele Tinti e Stefano Rapone

Una puntata speciale in molti sensi, che arriva in un momento doppiamente particolare per il podcast e supera la dimensione dell’autoreferenzialità, diventando un’occasione per tirare il fiato e riflettere, in pubblico, sul presente e sul futuro di Tintoria.
Mi conforta che alcune delle perplessità che ho espresso in questi post fossero anche ben presenti a Tinti e Rapone e che siano state affrontate, vedremo con che risultati. Però l’analisi del panorama, del ruolo di Tintoria e della sua collocazione all’interno della podcastsfera (si dice?) è davvero interessante e fa capire che i due hanno delle teste pensanti davvero molto valide – se così non fosse, del resto, mica saremmo qui dopo 300 puntate.
Devo dire anche che mi è tornata una gran nostalgia del Giappone – e qui siamo in uno dei casi nei quali l’amore di Rapone per ciò di cui parla è palpabile.

E con questo, per ora, sospendo l’esperimento di questa rubrica. Vediamo se e come riprenderla in futuro.
Ciao!

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Dal Libro dei Profeti Frank Castle e Jules Winnfield

Il rapporto tra la cultura popolare e il mondo “reale” è abbastanza complicato.
La prima, erede delle grandi narrazioni mitiche, ci fornisce storie e figure attraverso le quali interpretiamo il mondo – e che da questo traggono ispirazione. Ovviamente, questo accade in modo caotico e incontrollabile: un autore può voler dire una cosa precisa con la propria opera, ma il senso finale non può essere imposto dall’alto, è il frutto di un percorso che è allo stesso individuale (io ci leggo una determinata cosa) e collettivo (quando questa lettura viene condivisa e accettata da altri).
E poco importa se si tratti di legittima lettura o di abuso: a un certo punto succede e basta (sull’argomento ha scritto molto Umberto Eco, in I limiti dell’interpreazione).

L’argomento mi è tornato in testa dall’episodio di Pete Hegseth che in un incontro al Pentagono sembra recitare un estratto da Pulp Fiction, il famoso “Ezechiele 25:17” come se fosse un vero passo biblico (non lo è, solo la chiusura ricalca il testo reale, il resto è farina del sacco di Tarantino e Avary, a sua volta ispirata ad altro)

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I panni sporchi – 3 (Tintoria 293-296 + Special @ Tokyo)

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ART OF THE DEAL, FOR THE LULZ

Da quando è diventato per la seconda volta presidente degli Stati Uniti Donald Trump non perde occasione per indossare davanti alle telecamere un cappellino con visiera, rosso o bianco.
Lo fa all’aperto, al chiuso, accogliendo le salme di soldati morti, annunciando operazioni di guerra, morte e distruzione.
Non è un vezzo, non è estetica.
È pubblicità.
Trump quei cappellini li vende. A 55 dollari l’uno, più spese di spedizione. Sul suo sito, ma anche nel negozio di souvenir per i visitatori della Casa Bianca, dove si possono trovare quelli con la scritta “Trump 2028”, che alludono a un (per ora illegale) terzo mandato.
Quindi, ogni volta che può farsi riprendere mentre ne indossa uno è pubblicità gratis.

Il che è un meraviglioso indicatore del totale salto nel vuoto che abbiamo fatto da gennaio del 2025, quando le chiavi di una superpotenza con capacità certamente non illimitate ma molto, molto vicine all’asintoto a una persona che da un sistema politico sano sarebbe stata tenuta ben lontana da qualsiasi incarico di potere.
Una persona che non solo vende cappellini dallo Studio Ovale, ma che lascerà come propria eredità negli archivi digitali della Casa Bianca roba del genere:

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I panni sporchi – 2 (Tintoria 290-292 + Sanremo)

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Non tutte le vittorie hanno un bell’aspetto

Il 13 febbraio 2026 CasaPound, Veneto Fronte Skinhead, Brescia ai Bresciani e Rete dei Patrioti avevano organizzato un convegno a Genova per parlare di una proposta di legge sulla “remigrazione”, cioè quell’idea niente niente nazista di rimandare ai paesi “di origine” tutti gli “stranieri”, perché, si sa, “sangue e terra” (e qui non possiamo che ricordare, con Karl Kraus, che dalla loro incontro di solito sala fuori il tetano).
Avevano prenotato un bell’albergo vicino a Boccadasse, il Rex, gestito dalla moglie del virologo-superstar Matteo Bassetti (tra le eredità più persistenti del Covid, insieme alle frecce ormai scolorite nelle aree pedonali e i bolli sui pavimenti dei negozi) e già visto in una puntata della trasmissione di Sky 4 Hotel. Per prudenza, però, la location dell’evento era disponibile solo su richiesta, nella speranza che in una città non propriamente ben disposta verso il neofascismo e il neonazismo riuscissero comunque a portare a casa delle belle immagini di un convegno dove in una sala elegante giovani patrioti con una certa passione per il secondo quarto del ventesimo secolo discutevano della salvezza della nazione.

Il giorno stesso dell’evento, però, la sede è stata scoperta e il circo dell’estrema destra è stato costretto a ripiegare tatticamente, probabilmente secondo comunque i piani stabiliti, nel non-luogo più non-luogo che uno possa immaginare: l’albergo dell’aeroporto. Che è vero che a Genova è praticamente dentro la città (quando abitavo a Sestri Ponente ci arrivavo andando a correre, ora vedo gli aerei sulla traiettoria d’atterraggio dalla finestra di casa), ma comunque è un passo indietro da quello che si aspettavano. E se non altro un posto da cui potevano remigrarsi in fretta a casa loro.
Certo, c’era sempre la possibilità di portare a casa delle immagini di un pacato congresso in una sala incontri molto professionale, peccato che Sestri Ponente resta un quartiere con una forte storia e tradizione antifascista, e si sono trovati fuori dall’albergo un gruppo di manifestanti che li contestava, tra cui il presidente della Delegazione, consiglieri comunali e di circoscrizione (prontamente identificate e identificati dalla Digos).
Cosa portano a casa, invece?
Questo.

Video in cui calata la maschera scoattano male e spintonano, certi dell’impunità. Ma con la stessa rabbia e il rancore di repubblichini e nazisti tra il 1943 e il 1945, quando compresa la sconfitta non potevano far altro che sfogarsi con la violenza e la rappresaglia.
È stata una vittoria, magari non di quelle con un aspetto scintillante, ma è stata una vittoria. Piccola, tattica e non strategica, ma non di meno una vittoria.
Cerchiamo di non farla passare per una vittoria loro.

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I panni sporchi (Tintoria 286–289 )

Ho un proposito per il 2026: fare dei post dedicati alle puntate di Tintoria, il podcast di Daniele Tinti e Stefano Rapone ascoltabile/visibile su YouTube e Spotify. Diciamo con cadenza mensile, 4 puntate a post.
Vediamo quando mi stufo/dimentico/finisce la civiltà come la conosciamo.

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