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Illuminismo

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«L'Illuminismo è l'uscita dell'uomo dallo stato di minorità che egli deve imputare a se stesso. Minorità è l'incapacità di valersi del proprio intelletto senza la guida di un altro. Imputabile a se stesso è questa minorità, se la causa di essa non dipende da difetto d'intelligenza, ma dalla mancanza di decisione e del coraggio di far uso del proprio intelletto senza essere guidati da un altro. Sapere aude! Abbi il coraggio di servirti della tua propria intelligenza! È questo il motto dell'Illuminismo.»
Dipinto di Charles Gabriel Lemonnier rappresentante la lettura della tragedia di Voltaire, in quel tempo esiliato, L'orfano della Cina (1755), nel salotto di madame Geoffrin a rue Saint-Honoré. I personaggi più noti riuniti intorno al busto di Voltaire sono Rousseau, Montesquieu, Diderot, d'Alembert, Buffon, Quesnay, Richelieu e Condillac[1]

L'Illuminismo fu un movimento culturale, politico, sociale, e filosofico che si sviluppò principalmente in Europa nel corso del XVIII secolo, con radici nella seconda metà del Seicento. Prese avvio in Inghilterra (e, in misura rilevante, nei Paesi Bassi) dopo le trasformazioni politiche e intellettuali seguite alla guerra civile inglese e, soprattutto, alla Gloriosa Rivoluzione del 1688-1689; si diffuse poi in Francia, dove ebbe il suo massimo sviluppo e la sua formulazione più tipica, e successivamente in tutta Europa e nelle colonie nordamericane (che avrebbero dato origine agli Stati Uniti).

Il termine deriva dal francese Lumières ("lumi"), metafora della ragione critica e del metodo scientifico, capace di "illuminare" la mente degli uomini, ottenebrata dall'ignoranza e dalla superstizione, e di condurli verso un percorso di tolleranza, progresso, emancipazione, libertà, umanità, felicità, cosmopolitismo, diritti naturali e uguaglianza.[2][3]

L'Illuminismo fu preparato da grandi avvenimenti e cambiamenti avvenuti nei secoli precedenti: lo spirito critico sorto con il Rinascimento, il fermento della Riforma protestante, i cambiamenti economici della società moderna e, soprattutto, la rivoluzione scientifica del Seicento[4] con i suoi progressi nelle indagini fisico-matematiche condotte con rigoroso metodo sperimentale. Tutta la storia fu chiamata davanti al tribunale della ragione critica, la quale, antitradizionalista per natura, assunse una funzione educatrice e liberatrice. L'azione demolitrice si esercitò sulla realtà effettuale, sulle istituzioni, sui costumi, penetrando nel vivo della società e suggerendo programmi di ricostruzione, piani di attività e idee innovatrici.[5] Politicamente influì sul riformismo dei monarchi illuminati e sulle rivoluzioni americana e francese.

L'âge des lumières

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"L'età dei lumi": con questa espressione, che mette in evidenza l'originalità e la caratteristica di rottura consapevole nei confronti del passato, si indica la diffusione in Europa del nuovo movimento di pensiero degli illuministi francesi. Le basi su cui questa organizzazione fu costruita, sebbene spesso non accreditate a causa delle violente persecuzioni qualora se ne fosse riconosciuta l'eredità, furono poste dal filosofo olandese Baruch Spinoza, uno dei più importanti teorici della tolleranza religiosa e politica e del regime democratico. Voltaire, Montesquieu, Fontenelle, nonostante avessero letto Spinoza, riconoscevano tuttavia più spontaneamente di essersi ispirati a quella filosofia inglese fondata sulla ricerca empirica e sulla conoscenza scientifica che sorse dopo lo spinozismo e che discese da esso, elementi essenziali del pensiero di Locke e di Newton e David Hume che risalivano a loro volta a quello di Francis Bacon.[6]

Se l'illuminismo assunse prevalentemente un'impronta francese questo si deve alle particolari condizioni storiche della Francia del XVIII secolo. Lo sviluppo della borghesia durante il regno di Luigi XIV è assicurato dall'assolutismo monarchico ed è fondato sulla distinzione tra l'uomo privato e quello pubblico. Il suddito potrà fare i suoi affari ed esprimere una certa libertà di pensiero, ma questa non dovrà mai entrare in conflitto con l'autorità del sovrano.

Alla borghesia evoluta, alla fronda nobiliare e al movimento ugonotto, che continuano nascostamente ad esercitare la loro critica, si aggiungono i nuovi finanzieri, creditori dello stato ma privi di potere politico che esprimono il loro dissenso nelle società segrete come quella della Massoneria. Quanto più repressa sarà la loro contestazione politica tanto più diverrà appariscente evidenziando così l'illuminismo francese che, rispetto a quello inglese, meno condizionato dal potere politico, diverrà il rappresentante dell'illuminismo in generale.

I salotti letterari

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Madame Geoffrin

Una particolare funzione sociale e politica venne svolta nel "Siècle des Lumières" dai salotti letterari: una tradizione culturale già presente in Francia dai tempi di Luigi XIV, quando ci si riuniva a intervalli regolari presso una signora di mondo nei bureaux d'esprit.[7]

Gli incontri erano ora organizzati da alti membri dell'alta borghesia o dell'aristocrazia riformista francese che erano soliti invitare in casa loro intellettuali più o meno noti per conversare e discutere su temi d'attualità o argomenti particolarmente graditi all'anfitrione come accadeva nel salotto di Madame Geoffrin, che invitava celebrità letterarie e filosofiche come Diderot, Marivaux, Grimm, Helvétius o nel salotto del barone d'Holbach, le premier maître d'hôtel de la philosophie, (primo direttore dell'albergo della filosofia)[8] nella cui casa si riunivano Diderot, d'Alembert, Helvétius, Marmontel, Raynal, Grimm, l'abate Galiani e altri filosofi. In genere, nei salotti si leggevano opere giudicate politicamente eretiche dall'assolutismo monarchico o si discuteva di cosa stesse accadendo fuori del mondo salottiero.

In questo ambiente culturale svolgono un ruolo preminente le donne, le salonnièries (salottiere) alle quali il nuovo ideale egualitario illuminista offriva l'opportunità di collaborare, mostrando le proprie doti intellettuali, ad un progetto radicalmente riformista non più riservato a una cultura soltanto maschile.[9]

Il compito pedagogico dell'intellettuale

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Jean-Jacques Rousseau

Compito degli intellettuali illuministi, che si autodefiniscono philosophes o idéologues, deve quindi essere il coraggioso uso della ragione:

«Ma quale limitazione è d'impedimento all'illuminismo? Quale non lo è, anzi lo favorisce? Io rispondo il pubblico uso della ragione… l'uso che uno ne fa come studioso davanti all'intero pubblico di lettori.[10][11]»

Questa è la responsabilità dell'intellettuale di fronte alla società in cui vive: un compito pedagogico di liberazione dalla metafisica, dall'oscurantismo religioso, dalla tirannia della monarchia assoluta. Questo programma educativo secondo Jean-Jacques Rousseau significherà riportare l'uomo al suo iniziale stato di natura trasformandone la spontanea bontà della condizione naturale in una conquista consapevole e definitiva della sua razionalità. Poiché

(francese)
«Tout est bien sortant des mains de l'Auteur des choses, tout dégénère entre les mains de l'homme.»
(italiano)
«Ogni cosa è buona mentre lascia le mani del Creatore delle cose; ogni cosa degenera nelle mani dell'uomo.[12]»

I maggiori esponenti

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L'Illuminismo fu anche un movimento profondamente cosmopolita: pensatori di nazionalità diverse si sentirono accomunati da una profonda unità d'intenti, mantenendo stretti contatti epistolari fra loro. Furono illuministi Pietro Verri, Cesare Beccaria e Mario Pagano in Italia, Wolff, Lessing, Kant in Germania[13], Benjamin Franklin e Thomas Jefferson nelle colonie americane, Montesquieu, Voltaire e Rousseau in Francia.

Durante la prima metà del XVIII secolo, molti tra i principali esponenti dell'Illuminismo furono perseguitati per i loro scritti o furono messi a tacere dalla censura governativa e dagli attacchi della Chiesa, ma negli ultimi decenni del secolo il movimento si affermò in Europa ed ispirò la rivoluzione americana e successivamente quella francese.

Il successo delle nuove idee, sorretto dalla pubblicazione di riviste e libri (fra cui Lettere Persiane e Dei delitti e delle pene) e da nuovi esperimenti scientifici (come quelli di Franklin e Newton) inaugurò una moda diffusa persino tra i nobili e il clero. Alcuni sovrani europei adottarono le idee e il linguaggio dell'Illuminismo. Gli illuministi, sostenitori del concetto di filosofo-re che illumina il popolo dall'alto, guardarono con favore alla politica dei cosiddetti despoti illuminati, come Federico II di Prussia, Caterina II di Russia e Maria Teresa d'Austria.

La Rivoluzione francese, specie nel periodo compreso tra il 1792 e il 1794, espressione dell'ala più rivoluzionaria dell'Illuminismo, che è stato definito come "radicale"[14] pose fine alla diffusione pacifica, ma talvolta anche solo elitaria, dell'Illuminismo e, per i suoi episodi più sanguinosi, viene citata come motivo per esprimere una valutazione negativa sull'Illuminismo.

Aspetti chiave

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La critica della ragione

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Immanuel Kant

In senso più ampio si parla di "illuminismo" riferendolo anche al mondo greco antico nell'ambito, ad esempio, del pensiero dei sofisti[15], autori di una critica corrosiva alle presunte leggi di origine divina e all'antropomorfismo religioso. Ugualmente illuministi ante litteram possono essere ritenuti Democrito e gli atomisti, gli scettici e gli stoici e soprattutto Epicuro, che vuole liberare l'uomo dalla paura, indotta dalla religione, degli dei e della morte.[16]

Erede della ragione, intesa nel senso di Locke, l'illuminismo vuole adattare alla filosofia il metodo della fisica newtoniana affidando alla ragione la determinazione tanto delle proprie possibilità che dei propri limiti, indipendentemente da ogni verità che si presenti come rivelata o innata.

La fede nella ragione, coniugandosi con il modello sperimentale della scienza newtoniana, sembrava rendere possibile la scoperta non solo delle leggi del mondo naturale, ma anche di quelle dello sviluppo sociale. Si pensò allora che, usando correttamente la ragione, sarebbe stato possibile un progresso indefinito della conoscenza, della tecnica e della morale: convinzione questa che verrà successivamente ripresa e rafforzata dalle dottrine positiviste.

Fin dagli inizi gli illuministi presuppongono che la gran parte degli uomini, pur essendo stata creata libera dalla Natura (naturaliter maiorennes) si accontenti molto volentieri di rimanere "minorenne" per tutta la vita. Questa condizione è dovuta o a comoda pigrizia o a viltà, al non avere cioè il coraggio di cercare la verità. In ogni caso il risultato di questa non-scelta è la facilità per i più scaltri e per i detentori del potere di erigersi a guide di costoro: «Se io ho un libro che pensa per me, se ho un direttore spirituale che pensa per me...io non ho più bisogno di darmi pensiero di me. Non ho bisogno di pensare, purché possa solo pagare...».[17]

Gli interessati tutori imprigionano dunque i vili e i pigri in una «carrozzina da bambini» paventando loro i rischi che si corrono a voler camminare da soli. Non s'impara a camminare senza cadere, ma questo li terrorizza, per cui rimarranno infanti per tutta la loro vita.[18]

L'illuminista dovrà tutelare l'uomo ammaestrandolo a diventare "maggiorenne" usando la propria ragione per liberarsi dalla credenza irriflessa nelle verità già date, siano esse quelle innate nel campo conoscitivo, siano quelle rivelate dalla religione.

La ragione rifiuterà tutto quello che non deriva da essa con il principale compito di stabilire i propri limiti: una ragione dunque programmaticamente finita e orgogliosa di essere tale poiché, in quell'ambito limitato, che è quello dell'esperienza, essa potrà conoscere la verità sino in fondo.

Questo avverrà applicando la critica della ragione, attraverso cioè l'analisi, la discussione, il dibattito nei confronti di quell'esperienza che non è soltanto il complesso dei fatti fisici ma anche di quelli storici e sociali:

«Dai principi delle scienze profane ai fondamenti della rivelazione, dalla metafisica ai problemi fondamentali del gusto, dalla musica alla morale, dalle controversie scolastiche dei teologi alle questioni economiche, dal diritto naturale a quello positivo, insomma ai problemi che ci riguardano più da vicino a quelli che ci toccano soltanto direttamente, tutto fu discusso, analizzato, dibattuto.[19]»

La ragione illuminista

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La definizione illuministica della ragione è ormai lontana da quella classica prevalentemente contemplativa. Ora è concepita come funzionale e operativa: la sua validità cioè è dimostrata dai risultati pratici che essa consegue: la razionalità è valida se è in grado di spiegare e ordinare i fatti in base a leggi di ordine razionale. Ragione, natura, spontaneità coincidono nella visione illuministica nella convinzione che la natura stessa abbia dotato ogni uomo della istintiva capacità di comprendere o, per dirla con l'illuminista radicale Andreas Riem, di «rischiarare secondo princìpi di una pura logica e per la promozione dell'utile tutti gli oggetti del mondo delle idee, tutte le opinioni umane e i loro effetti, e tutto quanto ha influenza sull'umanità»[20]. Tale capacità lo rende uguale a tutti gli altri a condizione che esso sia liberato dalla corruzione della superstizione e dell'ignoranza. L'uomo, liberato dalle incrostazioni del potere, userà correttamente e spontaneamente la propria ragione (come secondo gli illuministi dimostrerebbe il comportamento naturale del cosiddetto "buon selvaggio") per procedere alla costruzione di uno Stato in cui le leggi, non più tiranniche, si fondino sul rispetto dei diritti naturali.

Il mito del "buon selvaggio"

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Lo stesso argomento in dettaglio: Schiavismo § Abolizionismo e Illuminismo.

Quello del "buon selvaggio" fu un mito basato sulla convinzione che l'uomo in origine fosse un "animale" buono e pacifico, solo successivamente corrotto dalla società e dal progresso. Nella cultura del Primitivismo del XVIII secolo, il "buon selvaggio" era considerato più lodevole, più autenticamente nobile dei prodotti dell'educazione civilizzata.

Nonostante l'espressione "buon selvaggio" fosse già comparsa nel 1672 in La conquista di Granada di John Dryden (1672), la rappresentazione idealizzata di un "gentiluomo della natura" fu ripresa dal Sentimentalismo del secolo successivo.

Il concetto di "buon selvaggio" incarna la convinzione che senza i freni della civilizzazione gli uomini siano essenzialmente buoni, le sue fondamenta giacciono nella dottrina della bontà degli esseri umani, espressa nel primo decennio del Settecento da Anthony Shaftesbury, che incitava un aspirante autore « [...] a cercare quella semplicità dei modi, e quel comportamento innocente, che era spesso noto ai meri selvaggi; prima che essi fossero corrotti dai nostri commerci.»[21]

Il mito del buon selvaggio fu alimentato dall'azione missionaria dei Gesuiti[22], iniziata fin dal XVII secolo nelle loro reducciones del sud America, soprattutto nel Paraguay, consistente nella realizzazione di centri (reducciones de indios) per l'evangelizzazione delle popolazioni indigene allo scopo di creare una società con i benefici e le caratteristiche della cosiddetta società cristiana europea, però priva dei vizi e degli aspetti negativi. Gli indios apparivano specialmente adatti per questo progetto data la loro natura essenzialmente recettiva dell'educazione dei Gesuiti. Ma ciò che faceva pensare che essi incarnassero la primitiva bontà dell'uomo non civilizzato erano le loro naturali inclinazioni artistiche soprattutto per la musica.

Nell'illuminismo fu poi soprattutto Rousseau a propagandare la tesi del buon selvaggio, asserendo nel suo Contratto sociale che «l'uomo è nato libero e tuttavia ovunque è in catene» (Capitolo I). Voltaire gli rispose polemicamente con vena ironica che «a leggere il vostro libro vien voglia di camminare a quattro zampe, ma avendone sfortunatamente persa l'abitudine da più di sessant'anni mi è impossibile riprenderla ora».[23]

La conoscenza

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Jean Baptiste Le Rond d'Alembert
Lavoisier

La conoscenza fondata sulle potenzialità interiori della stessa ragione si svolge nel campo del finito e del limitato secondo l'insegnamento di Locke. Occorrerà fornire quindi la ragione di un metodo oggettivo rappresentato dall'analisi matematica che faccia affidamento più all'aritmetica che alla geometria poiché quest'ultima, come si è visto in Cartesio, può portare a elaborazioni metafisiche sganciate da ogni esperienza.

L'aritmetica, invece, è uno strumento di ricerca che deve necessariamente riferirsi all'esperienza, fonte di ogni contenuto concreto. La stessa aritmetica permette di trovare tra i fatti analizzati dei principi invariabili e una legge:

«La ricerca ci conduce ben presto all'aritmetica, cioè alla scienza dei numeri. Essa non è altro che l'arte di trovare, in modo abbreviato, l'espressione di un rapporto unico che risulta dalla comparazione di vari altri.[24]»

Il discorso iniziato da Galilei e concluso da Newton arriva dunque a compimento con l'illuminismo, che estende il metodo analitico dai fatti fisici a quelli sociali, etici e psichici; in breve, a tutta la realtà umana:

«Analizzare non è altro che osservare successivamente le qualità di un oggetto allo scopo di disporle nello spirito secondo l'ordine simultaneo in cui esistono...Nessun altro metodo può supplire all'analisi, né può spandere la stessa luce: di ciò avremo la prova ogni volta che vorremo studiare un oggetto un po' complicato. Non abbiamo inventato questo metodo; l'abbiamo semplicemente trovato, e non abbiamo a temere che esso ci inganni.[25]»

L'illuminista si dichiara nemico dell'esprit de système, di chiara matrice razionalistica, inteso come la pretesa di definire una volta per tutte la realtà partendo da principi fissi e determinati, com'era in Cartesio, ma adopera lo spirito sistematico iniziando dai fatti: un atteggiamento sistematico inteso come una ricerca razionale per la conoscenza dei fatti dopo averli analizzati rifiutando ogni impostazione aprioristica e arrivando alla definizione di leggi generali solo dopo l'accurato esame dei fatti stessi.

Denis Diderot
«Finché le cose sono soltanto nella nostra mente, esse sono nostre opinioni: esse cioè sono nozioni che possono essere vere o false, a cui si può consentire o che si può contraddire. Esse acquistano consistenza soltanto collegandosi agli oggetti esterni. Questo legame avviene in virtù di una catena ininterrotta di esperienze, oppure in virtù di una catena ininterrotta di ragionamenti connessi da un lato con l'osservazione e dall'altro con l'esperimento, oppure in virtù con una catena di esperimenti sparsi di luogo in luogo, in mezzo a determinati ragionamenti, come pesi disposti lungo un filo sospeso tra due estremità. Senza questi pesi il filo diverrebbe preda di qualsiasi agitazione che movesse l'aria.[26]»

Il mondo è una macchina che ha un ordinamento di leggi al suo interno che esclude qualsiasi teoria finalistica:

«Lo scienziato, la cui professione è quella di istruire e non già di edificare, lascerà da parte il perché, guardando solamente al come. Il come si trae dagli esseri, e il perché dal nostro intelletto...Quante idee assurde, quante false supposizioni, quante nozioni chimeriche si trovano negli inni che alcuni temerari difensori delle cause finali hanno osato comporre in onore del Creatore![27]»

Il rifiuto di ogni metafisica e la visione naturalistica della realtà non comportano per gli illuministi una concezione materialista, che anzi in genere essi rifiutano[28]: «Voltaire non si sente l'animo di decidersi né per il materialismo né per lo spiritualismo. Egli ripete spesso:

«Come non sappiamo che cosa sia uno spirito, così ignoriamo cosa sia un corpo.[29]»

Il materialismo infatti, secondo gli illuministi, non è altro che un falso travestimento della vecchia metafisica che vuole offrire la facile spiegazione onnicomprensiva e totale dell'universo. Se essi sostengono talora il materialismo lo fanno per ragioni politiche e morali, come polemica ed estrema protesta contro le imposizioni politiche e religiose del loro tempo. Solamente D'Holbach e La Mettrie sostengono in maniera convinta e scientifica la concezione materialistica.[30]

L'Encyclopédie e la diffusione del sapere

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Lo stesso argomento in dettaglio: Encyclopédie.
Frontespizio dell'Encyclopédie, la monumentale opera simbolo del nuovo sapere dell'Illuminismo

Emblema dell'illuminismo francese, assieme al pensiero di Voltaire, sarà la grandiosa opera dell'Enciclopedia o Dizionario ragionato delle scienze, delle arti e dei mestieri, che in 28 volumi, 11 tavole e 60 000 voci, pubblicati dal 1751 al 1772 da un consistente gruppo di intellettuali sotto la direzione di Diderot e d'Alembert, diffonderà i principi illuministici non solo in Francia ma, attraverso numerose traduzioni, in tutta Europa.

L'opera si presenta come arditamente innovativa rispetto ai vecchi dizionari enciclopedici: essa vuole essere «un quadro generale degli sforzi dello spirito umano in tutti i generi e in tutti i secoli.»[31] Oltre ad essere un'opera di informazione, l'Enciclopedia era quindi anche un'opera di propaganda, tramite la quale i suoi autori si proponevano di convincere il vasto pubblico della validità delle idee illuministe.

«Quest'opera produrrà certamente, col tempo, una rivoluzione negli animi ed io spero che i tiranni, gli oppressori, i fanatici e gli intolleranti non abbiano a trarne vantaggio. Avremo reso un servigio all'umanità.[32]»

D'Alembert fu costretto a ritirarsi dalla direzione dell'opera nel 1759, in seguito al divieto di pubblicazione del Consiglio di Stato. Diderot continuerà la preparazione clandestina di altri volumi.

La pubblicazione dell'Encyclopédie incontrò infatti diversi ostacoli e resistenze da parte dell'aristocrazia intellettuale di corte, vicina alla Sorbona, e da parte della Chiesa cattolica: il governo francese ne bloccò per due volte la stampa e gli ultimi due volumi dovettero uscire clandestinamente. Ciò nonostante l'Enciclopedia fu interamente pubblicata negli anni fra il 1751 e il 1772, e ottenne un grande successo sia in Francia che nel resto d'Europa, dove il francese era ormai divenuto la lingua delle persone colte.

L'Enciclopedia si propone di eliminare dal sapere sino allora acquisito ogni connotazione non provata razionalmente e quindi ordinare con un criterio alfabetico le nostre conoscenze: questo compito

«consiste nel riunirle nel più piccolo spazio possibile, ponendo il filosofo al di sopra di questo vasto labirinto, in una prospettiva così elevata da poter considerare insieme le scienze e le arti principali, da poter vedere con un colpo d’occhio gli oggetti delle proprie speculazioni e le operazioni che può compiere su tali oggetti, e da poter distinguere i principali settori delle conoscenze umane, i punti che li separano e quelli che li uniscono, intravedendo anche, in qualche caso, i cammini segreti che li congiungono. [...][24]»

I criteri di compilazione risponderanno a questi punti principali: il metodo analitico per la filosofia sulla base dell'empirismo lockiano e il metodo della fisica newtoniana sulla base del pensiero baconiano da cui d'Alembert, riprendendone la tripartizione di memoria, ragione e immaginazione, vi fa corrispondere storia, filosofia e arte.[33]

Gli articoli dell'Enciclopedia trattano i più svariati argomenti con un tono ora rivoluzionario ora apparentemente ingenuo: si parla di tolleranza, di guerra, di progresso, di privilegi ma anche di calze, di cinesi...

Emergono dall'opera anche le nuove concezioni dell'economia con la glorificazione della macchina, del nuovo sistema industriale e le nuove teorie fisiocratiche che fondano la ricchezza di una nazione su i beni e i prodotti naturali cioè sull'agricoltura.

Voltaire

Come banditore del nuovo sapere si affianca all'Enciclopedia l'opera di Voltaire, che inizia la sua carriera letteraria come drammaturgo, poeta e autore di pamphlet (opuscoli satirici e polemici), saggi, satire e racconti brevi nei quali divulga la scienza e la filosofia della sua epoca. Il filosofo intrattiene inoltre una voluminosa corrispondenza con scrittori e sovrani europei.

Egli riprende tutti i temi tipici dell'illuminismo difendendoli con uno spirito caustico che non risparmia filosofi, clero e sovrani ma che non gli pone remore nell'accettare l'incarico di consigliere di Federico II di Prussia.

Voltaire crede nel progresso annunciato dall'illuminismo ma non è disposto a farne un dogma: «un giorno tutto andrà meglio, ecco la nostra speranza; ogni cosa va bene, ecco la nostra illusione»; critica il pessimismo ma beffeggia l'ingenuo ottimismo razionalistico di Leibniz[34] Al fondo del pensiero di Voltaire vi è la concezione dell'uomo ormai padrone della natura e facitore di un mondo né ottimisticamente esaltato né pessimisticamente condannato come il peggiore dei mondi possibili: occorre «lasciare andare il mondo come va, perché, se tutto non è bene, tutto è passabile».[35]

La concezione della storia

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Il barone Paul Henri Thiry d'Holbach

Attraverso l'esame critico della storia, l'illuminista può riconoscere la continuità dell'opera della ragione e denunciare gli errori e le contraffazioni con cui erano state tramandate sino ad allora le vicende umane allo scopo di mantenere gli uomini nella superstizione e nell'ignoranza. Nella storia così come sinora veniva presentata

«si vedono gli errori e i pregiudizi susseguirsi via via e cacciare in bando la verità e la ragione.[36]»

Pierre Bayle per primo si dedicherà nel suo Dizionario storico e critico (1697) alla compilazione di una «raccolta degli errori e delle falsità» da cui deve essere epurata la storia come fino ad allora è stata presentata. Egli è un minuzioso e preciso raccoglitore di fatti attestati da documenti e testimonianze così numerose che Ernst Cassirer (1874–1945) lo considera il fondatore dell'acribia. storica.

«[Lo storico] deve dimenticare che appartiene a un certo paese, che fu educato a una data fede, che deve riconoscenza a questo o a quello e che questi o quegli altri sono i suoi parenti o i suoi amici. Uno storico in quanto tale è come Melchisedec, senza padre, senza madre, senza genealogia. Se gli si domanda da dove viene deve rispondere...sono abitante del mondo; non sono al servizio dell'imperatore, né al servizio del re di Francia ma solo al servizio della verità...[37]»

Il criterio sommo dunque della ricerca, per lo storico neutrale, è quello di scoprire come vera storia quella che segna la vittoria della ragione sull'ignoranza e per questo dall'illuminismo viene condannato in blocco il medioevo come età di fanatismo e oscurantismo religioso mettendo da parte gli aspetti positivamente culturali di quel periodo.

Pierre Bayle

La mutevolezza degli avvenimenti storici è solo apparente: al di là di queste differenze l'illuminista coglie il lento ma costante emergere sulla superstizione e l'errore l'elemento immutabile della ragione:

«Tutto ciò che deriva dalla natura umana si assomiglia da una parte all'altra dell'universo; invece tutto ciò che può dipendere dalla consuetudine è differente, e può risultare simile soltanto per caso...invece la natura ha diffuso l'unità stabilendo ovunque un piccolo numero di princìpi invariabili: così il fondamento è ovunque lo stesso, mentre la cultura produce frutti diversi.[38]»

Per Lessing la storia come ricerca della verità comincia solo con l'Illuminismo; tutto ciò che l'ha preceduta è una sorta di "pre-istoria".[39]

Sarà il romanticismo a rilevare nella concezione illuminista della storia la mancanza di una visione unitaria e concreta, che originava dall'astrattezza del concetto astorico di ragione, identificato con la pura e semplice naturalità. Gli illuministi, cioè, non colgono l'interdipendenza tra l'uso della ragione che opera nella storia e le vicende economiche, sociali e culturali che realmente si sviluppano nella storia; essi riportano ogni differenza o sviluppo nella storia all'opposizione ragione-ignoranza.

Busto di Montesquieu

Da questa visione della storia dove prevale la ragione naturale universale ed eterna emergono i temi politici della tolleranza, uguaglianza e libertà, intesi come valori politici naturali ed universali.

Ma l'uguaglianza per gli illuministi non comporta uguaglianza sociale o politica: l'essenziale è che il sovrano rispetti i diritti naturali: è trascurabile che egli sia un sovrano assoluto. È vero che ogni uomo per natura è uguale agli altri, ma questo non comporta la parità tra i cittadini:

«Poiché la natura è la stessa in tutti gli uomini, è chiaro che secondo il diritto naturale, ognuno deve stimare e trattare gli altri come esseri che gli sono naturalmente uguali, cioè che sono uomini esattamente come lui...Tuttavia non mi si faccia il torto di supporre che per spirito di fanatismo io approvi in uno stato la chimera dell'uguaglianza assoluta che potrebbe appena nascere in una repubblica ideale; conosco troppo la necessità delle differenze di condizioni, di gradi, di onori, di distinzioni, di prerogative, di subordinazioni che devono regnare in tutte le formazioni sociali, e aggiungo anzi che non esiste incompatibilità tra queste differenze e l'uguaglianza naturale o morale.»

Così anche per il concetto della tolleranza l'illuminismo risente dei suoi limiti storici quando lo collega all'idea di emulazione e ai principi economici della libertà di scambio e della libera concorrenza:

«Entrate nella Borsa di Londra, questo luogo ben più rispettabile di tante corti; vi troverete riuniti i rappresentanti di tutte le nazioni, in vista dell'utilità degli uomini. L'ebreo, il maomettano e il cristiano trattano tra loro come se appartenessero alla medesima religione, e qualificano infedeli soltanto coloro che fanno bancarotta. Il presbiteriano si fida dell'anabattista, e l'anglicano accoglie la promessa del quàcchero.[40]»

La libertà e l'uguaglianza sono riconosciute per gli illuministi solo a coloro che sanno "bene usare" della ragione, e se "per natura" ne sono incapaci è giusto che nella vita civile essi siano sottoposti a chi sa ben governare: il "popolo", che ha dimostrato di fare cattivo uso della ragione non conseguendo la proprietà privata, va rispettato nella sua umanità ma va guidato dall'alto:

«come il cielo è distante dalla terra, così l'autentico spirito di uguaglianza è lontano dallo spirito di uguaglianza spinto all'estremo...Allora il popolo vuol far tutto da solo...e se non ci sarà più rispetto per gli anziani, non ce ne sarà per i padri; i mariti non otterranno più deferenza e i padroni non otterranno più sottomissione... Le donne, i bambini, gli schiavi non saranno più sottoposti a nessuno.[41]»
Jean-Antoine Caritat, marchese di Condorcet
L'opera più famosa di Nicolas de Condorcet, Esquisse d'un tableau historique des progres de l'esprit humain, 1795.[42] Con essa è in genere considerato concluso lo sviluppo dell'Illuminismo.[43]

La semplice ragione non fa tutti uguali allo stesso modo: «è la proprietà che fa il cittadino»[44]

Le simpatie politiche degli illuministi sono rivolte alla monarchia costituzionale, che per il suo carattere moderato dà garanzia di ordine e di pace favorendo l'uguaglianza, oppure sono disposti a concedere fiducia anche al dispotismo illuminato:

«La democrazia e l'aristocrazia non sono degli stati liberi per loro natura. La libertà politica si trova solo negli stati moderati, ma essa non esiste sempre negli stati moderati, essa c'è soltanto quando non si abusa del potere.[41]»

La Natura e la ragione uguale per tutti rendono gli uomini fratelli al di là di ogni differenza etnica o nazionale. La fratellanza si traduce nell'ideale politico del cosmopolitismo.

Quando però la parola cosmopolite fu immessa nel 1762 nel vocabolario dell'Accademia francese se ne dava una connotazione negativa[45]:

(francese)
«Celui qui n’adopte point de patrie. Un cosmopolite n’est pas un bon citoyen»
(italiano)
«Colui che non si riferisce ad una patria. Un cosmopolita non è un buon cittadino»

Il giudizio sul cosmopolitismo mutò radicalmente dopo gli avvenimenti della Rivoluzione francese e nell'edizione del vocabolario del 1798 appare scritto a proposito del termine cosmopolite:

(francese)
«Citoyen du monde. Il se dit de celui qui n’adopte pas de patrie. Un cosmopolite regarde l’univers comme sa patrie»
(italiano)
«Cittadino del mondo. Il termine si riferisce a colui che non si riferisce a una patria. Un cosmopolita considera l'universo come la sua patria»

Al di là dei limiti storici, queste idee di libertà, uguaglianza, tolleranza per merito degli illuministi divennero patrimonio comune della cultura della Francia che cercò di esprimerli nella Rivoluzione e poi di esportarle nel resto d'Europa.

Collegata alla visione illuministica della storia e alla fiducia nella ragione è l'idea fondamentale che il progresso dell'uomo, senza sottovalutare gli ostacoli posti dai diversi costumi e tradizioni, sia inarrestabile.

«Le nostre speranze sul futuro del genere umano possono venire riassunte in tre punti importanti: la distruzione delle diseguaglianze tra le nazioni, i progressi dell'uguaglianza all'interno di uno stesso popolo, ed infine il perfezionamento reale dell'uomo...Affrontando questi tre problemi troveremo - nell'esperienza passata e nell'osservazione dei progressi finora compiuti dalle scienze e dalla civiltà, nonché dall'analisi del cammino dello spirito umano e dello sviluppo delle sue facoltà - i motivi più forti per ritenere che la natura non ha posto alcun termine alle nostre speranze.[46]»
Cesare Beccaria

Gli illuministi, inoltre, criticarono pesantemente l'uso della tortura e della pena di morte portando a radicali riforme giudiziarie come quelle di Maria Teresa d'Austria e di Pietro Leopoldo. La principale opera in questo senso è il libro Dei delitti e delle pene di Cesare Beccaria, molto ammirato da Voltaire e Diderot.

L'impegno riformistico e la tensione volontaristica a mutare i rapporti sociali sono caratteristiche comuni ai politici dell'Illuminismo che accantonarono la trattazione dei problemi politici in chiave di ragion di Stato e di prudenza o arte di governo.[47]

Religione e morale

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Lo stesso argomento in dettaglio: Illuminismo in Inghilterra § Il_deismo e Deismo.
Stampa francese del 1794: Voltaire e Rousseau sono guidati dal Genio della Ragione verso la gloria e l'immortalità; i due grandi rivali sono mostrati fianco a fianco. Voltaire tiene in mano il Dizionario filosofico e l'Enriade, Rousseau Il contratto sociale, uno spartito musicale e un mazzo di erbe e fiori; sullo sfondo si vedono la città di Parigi e una statua equestre di Enrico IV, celebrato da Voltaire poiché emise l'editto di Nantes sulla tolleranza religiosa

Tipico del pensiero illuminista è il rifiuto di ogni religione rivelata e in particolare del Cristianesimo, ritenuto origine degli errori e della superstizione. Da qui la scelta del deismo come religione naturale e l'identificazione della religione con la morale.

Non considerando le posizioni materialistiche ed atee, come quelle dell'ultima fase del pensiero di Diderot, il deismo si ritrova nella maggior parte dei pensatori illuministi i quali, attraverso argomentazioni scientifiche, cercano di dimostrare l'esistenza di un Dio all'origine dell'universo. La meravigliosa macchina del cosmo fa infatti pensare che debba esserci come causa efficiente, non causa finale, un "eterno geometra":

«Quando mi rendo conto dell'ordine, della prodigiosa abilità delle leggi meccaniche e geometriche che governano l'universo, dei mezzi e dei fini innumerevoli di tutte le cose, sono preso dall'ammirazione e dal rispetto...Io ammetto così quest'intelligenza suprema senza temere che mi si possa far cambiare opinione...Ma dov'è quest'eterno geometra? Esiste in qualche luogo oppure dovunque, senza occupare uno spazio? Non ne so nulla.[48]»

Un Dio quindi che non interverrà più nella creazione dell'universo che egli «lascia andare come va» e che non interferisce nella storia dell'uomo che alla fine non sarà né condannato né premiato per le sue azioni.

La guida dell'uomo nella sua condotta morale diviene una religiosità laica, trasformazione della religione in morale naturale i cui precetti sono uguali per tutti gli uomini:

«Per religione naturale si devono intendere i principi morali comuni a tutto il genere umano.[49]»
«I doveri a cui siamo tutti tenuti nei confronti dei nostri simili appartengono essenzialmente ed unicamente al dominio della ragione, e pertanto sono uniformi presso tutti i popoli. La conoscenza di questi doveri costituisce ciò che si chiama morale e rappresenta uno degli oggetti più importanti a cui la ragione possa riferirsi ...[50]»

Tra i doveri naturali va annoverato il nuovo concetto rivoluzionario di tolleranza che viene spesso riferito alla vita economica applicando il concetto illuministico della ragione operativa, nel senso di giudicare la razionalità dai suoi risultati pratici:

«Se ognuno avesse la tolleranza che qui sostengo, in uno stato diviso tra dieci fedi religiose vi sarebbe la stessa concordia che sussiste in una città nella quale varie categorie di artigiani si sopportano reciprocamente, Il risultato sarebbe quello di una onesta emulazione a chi meglio riesce a segnalarsi per pietà, per buoni costumi, per coscienza.[51]»

Questo metodo di giudizio riguarda anche la morale: per gli illuministi è moralmente buono solo ciò che rende possibile il conseguimento dell'utile sociale.[47]

Lo stesso valore di tolleranza non esclude che si possa professare la fede in una religione rivelata: questo però sarà consentito solo nell'ambito della morale privata e non in quello della morale pubblica:

«Reprimete con severità coloro che col pretesto della religione mirano a turbare la società, a fomentare sedizioni, a scuotere il giogo delle leggi; noi non siamo i loro apolegeti; ma non confondete con questi colpevoli coloro che vi chiedono solo la libertà di pensare, di professare il credo che giudicano migliore e che, per il resto, vivono da fedeli cittadini dello stato... Noi predichiamo la tolleranza pratica non quella speculativa, e si comprende a sufficienza la differenza che esiste tra il tollerare una religione e l'approvarla.[52]»

La soppressione della Compagnia di Gesù

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Lo stesso argomento in dettaglio: Soppressione della Compagnia di Gesù.
(francese)
«Écrasez l'Infâme[53]»
(italiano)
«Schiacciate l'infame»

L'atteggiamento dell'Illuminismo nei confronti della religione cristiana e dei suoi rapporti col potere civile non furono uguali dappertutto: se in Inghilterra i problemi legati alla lotta contro l'assolutismo monarchico si erano già in parte risolti, seppure faticosamente, con l'editto di tolleranza del 1689, che poneva fine ufficialmente alle persecuzioni religiose e relegava la fede all'ambito soggettivo-individuale, nell'Europa continentale l'illuminismo «mantenne una dura avversione per la Chiesa cattolica»[54]: «gli Stati cominciarono ad assumere un atteggiamento indipendente; si liberarono da ogni rispetto per la politica del Papato; rivendicarono per i loro affari interni, un'autonomia che concedeva alla curia un'influenza sempre minore, anche nelle questioni ecclesiastiche»[55]

«In questo clima intellettuale e politico non sorprende che la Compagnia di Gesù, tradizionale assertrice dei diritti della Chiesa e del Pontificato, si sia trovata esposta ad una violentissima campagna di accuse, (non esclusa quella di tramare contro lo Stato) ed abbia finito per essere travolta. All'anticlericalismo trionfante...si affiancarono le correnti giurisdizionalistiche che sostenevano l'urgenza di smantellare i secolari privilegi di cui godeva ancora la Chiesa: dal diritto d'asilo al foro ecclesiastico.[56]»

I gesuiti, intransigenti difensori del primato papale, sulla spinta dei conflitti crescenti tra chiesa e stato, nonché di un'opinione pubblica che ne chiedeva l'annientamento, vennero espulsi da quasi tutti i paesi europei:[57] «Cominciò nel 1759 il Portogallo seguito dalla Francia (1762), dalla Spagna (1769), da Napoli e da Parma signoreggiate da principi borbonici. Non fu estranea a questa misura, per quanto riguarda le colonie spagnole e portoghesi, l'avversione dei coloni per le reducciones de indios, i villaggi costruiti dai gesuiti per raccogliervi gli indigeni e salvarli dallo sfruttamento degli encomenderos.[58]»

Il papa Clemente XIV nel 1773 con il breve Dominus ac Redemptor risolse di sopprimere la Compagnia di Gesù.[59][60][61] «I beni dell'ordine furono incamerati e destinati, in gran parte, alla creazione di opere pubbliche gestite dallo Stato, che presero il posto delle scuole gestite dai Gesuiti.[58]». La compagnia tuttavia non scomparve del tutto in Europa, in quanto in Russia, Caterina la Grande, pur essendo molto sensibile allo spirito illuminista, rifiutò la delibazione papale e mantenne vivo l'ordine.

Le controversie con la Chiesa cattolica

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L'Inquisizione

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Fu inoltre in seguito all'apertura del dibattito sulla religione e del suo ruolo nella società (un confronto particolarmente vivo che metteva in discussione alcuni aspetti della Chiesa cattolica) e che trovava un confronto con i pensatori giansenisti dell'epoca, che vennero scritti saggi critici sull'Inquisizione, come la Storia generale dell'Inquisizione, di Pietro Tamburini[62].

L'Inquisizione venne descritta come il luogo per eccellenza nel quale, tramite ripetuti crimini e torture, si esprimeva l'autentica ortodossia cattolica, spesso resa un tutt'uno con quella protestante.[63]

Voltaire nel suo Dizionario filosofico introduce la voce "Inquisizione" scrivendo:

«L'Inquisizione è, come si sa, un'invenzione mirabile e autenticamente cristiana per rendere più potenti il papa e i monaci e per rendere ipocrita un intero regno»

e, dopo una disamina della storia dell'inquisizione, termina commentando le procedure del tribunale dell'inquisizione:

«Si è imprigionati dietro la semplice denuncia delle persone più scellerate; un figlio può denunciare il padre, una donna il marito; non si è mai messi a confronto con i propri accusatori, i beni vengono confiscati a favore dei giudici: così almeno si è comportata l'Inquisizione fino ai giorni nostri. V'è in ciò qualcosa di divino, perché è incomprensibile che gli uomini abbiano sopportato con tanta pazienza questo giogo.[64]»

Secondo due storici revisionisti Edward Peters (1988)[65] e Henry Kamen (1997)[66] queste analisi, (spesso elaborate in contesti polemici) avrebbero contribuito a uno stravolgimento dei dati storici sull'Inquisizione, distorsione che chiamano leggenda nera dell'Inquisizione o del "secolo dell'intolleranza". Questa stortura storica sarebbe stata opera di ambienti protestanti e, successivamente, illuministi, a partire a dal XVI secolo circa, con l'obiettivo di screditare l'immagine sia della Chiesa cattolica che dell'Impero spagnolo.

Letteratura critica

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Già tra la fine del Settecento e l'inizio dell'Ottocento si sviluppò una reazione critica all'Illuminismo, particolarmente intensa durante la Restaurazione. Tra i suoi principali esponenti figuravano Edmund Burke e Joseph de Maistre, insieme a Louis de Bonald. Burke, nelle Riflessioni sulla Rivoluzione in Francia del 1790, criticò la Rivoluzione francese e la pretesa di ricostruire la società sulla base di principi razionali astratti, indipendentemente dalla sua storia. Secondo questa prospettiva, le istituzioni politiche e sociali sono il risultato di un'eredità storica, costituita da tradizioni, consuetudini ed esperienze accumulate nel tempo, e devono essere riformate con gradualità anziché rifondate integralmente.[67]

De Maistre e de Bonald contestavano, da prospettive religiose e tradizionaliste, l'idea che la ragione individuale fosse sufficiente a fondare l'ordine sociale e politico. A loro giudizio, la conoscenza religiosa, l'autorità della Chiesa e le istituzioni tradizionali costituivano elementi fondamentali per comprendere la natura umana e organizzare la società. De Maistre in particolare interpretò la Rivoluzione francese come una punizione provvidenziale per le colpe della Francia e si oppose alla sovranità popolare e alla pretesa di fondare autonomamente l'ordine politico attraverso la ragione umana.[68] In tale prospettiva, la critica individualistica della ragione era considerata un'espressione dell'orgoglio umano, suscettibile di provocare conseguenze politiche e morali distruttive. Il Terrore rivoluzionario veniva quindi interpretato come una punizione divina per l'allontanamento della Francia dall'ordine religioso.[69]

Nel corso dell'Ottocento, l'Illuminismo fu interpretato come un movimento di pensiero che aveva trasformato profondamente la società europea. Hegel e Marx, pur formulando critiche differenti, ne riconobbero l'importanza storica e il carattere innovativo. Hegel contestava tuttavia all'Illuminismo una concezione astratta della ragione, incapace a suo giudizio di cogliere il significato complessivo della storia, interpretata dalla sua filosofia come sviluppo dello Spirito assoluto. Marx ne apprezzava soprattutto la critica della religione, ma ne sottolineava i limiti legati alla sua origine borghese: il pensiero illuminista non aveva infatti individuato pienamente i fondamenti economici e i rapporti sociali alla base della situazione storica da cui era emerso. Nella seconda metà dell'Ottocento, le critiche all'Illuminismo assunsero anche forme filosofiche diverse dal tradizionalismo religioso.

Parallelamente, lo storicismo tedesco riconobbe il valore della concezione illuminista della storia, considerandola un contributo alla comprensione dei processi storici e alla formazione di una nuova visione del mondo.[70] Friedrich Nietzsche sviluppò invece una posizione più complessa: se infatti in alcune opere[71] valorizzò il metodo scientifico, lo scetticismo e l'indagine storica e psicologica come strumenti per sottoporre a critica i valori morali e le credenze metafisiche e religiose, la sua riflessione si distanziava tuttavia dall'ottimismo razionalistico e dalla fiducia in un progresso universale, senza identificarsi pienamente con l'Illuminismo settecentesco. Nei frammenti postumi, Nietzsche utilizzò anche il termine Gegen-Aufklärung «contro-illuminismo» nell'analisi delle reazioni della cultura tedesca all'Illuminismo, con particolare riferimento alle correnti romantiche e idealistiche e al recupero di concezioni metafisiche e religiose.

Nel XX secolo Benedetto Croce riprese l'interpretazione hegeliana dell'Illuminismo, rielaborandola nell'ambito del neoidealismo italiano.[72] Una diversa interpretazione fu proposta dalla scuola di Marburgo, espressione del neokantismo, che mise in evidenza il contributo della filosofia illuminista alla teoria della conoscenza. In particolare, Ernst Cassirer sottolineò il ruolo della ragione critica nell'interpretazione dell'esperienza e nella costruzione del sapere.[73]

Un'interpretazione storico-culturale dell'Illuminismo fu sviluppata da Paul Hazard, che ne mise in luce il ruolo nella crisi delle concezioni tradizionali del mondo europeo. Attraverso l'esame di aspetti filosofici, letterari e culturali, Hazard evidenziò il contributo illuminista alla messa in discussione dell'ordine precedente, ma anche le contraddizioni legate alle idee di natura e progresso che avrebbero caratterizzato anche le epoche successive.[74]

Un altro contributo allo studio dell'Illuminismo fu quello di Reinhart Koselleck, che ne esaminò la nascita in rapporto alla situazione politica europea, dedicando particolare attenzione al ruolo della massoneria e ai rapporti tra critica illuminista e crisi della società borghese.[75]

Dopo la seconda guerra mondiale, la scuola di Francoforte sviluppò una critica dell'Illuminismo influenzata dall'esperienza dei totalitarismi e della guerra. Max Horkheimer osservò che il progetto di emancipazione attraverso la ragione rischiava di rovesciarsi nel proprio contrario quando la capacità umana di dominare la natura e organizzare la società si trasformava in una forma di dominio sull'uomo stesso. Nella società moderna, la ragione tendeva infatti a diventare prevalentemente strumentale: anziché interrogarsi sulla validità dei fini perseguiti, si limitava a individuare i mezzi più efficaci per raggiungerli. In questa prospettiva, il fallimento dell'ideale illuminista consisteva anche nella possibilità che la razionalità, privata di una riflessione critica sui propri obiettivi, fosse impiegata per consolidare rapporti di dominio.[76][77]

In una prospettiva vicina alla tradizione marxista, Lucien Goldmann riconobbe i limiti della concezione illuminista della storia, ma ne valorizzò la funzione critica, ritenendola uno strumento importante per l'analisi e la trasformazione della società contemporanea.[78]

Una critica al razionalismo astratto e all'universalismo illuminista fu sviluppata anche nell'ambito dell'esistenzialismo. William Barrett, in particolare, contribuì alla diffusione della filosofia esistenzialista nel mondo anglofono, sottolineando l'importanza della concretezza dell'esistenza individuale rispetto alle interpretazioni dell'uomo fondate esclusivamente su sistemi razionali astratti: prospettiva che si inscrive nel più ampio dibattito novecentesco sui limiti delle ideologie che pretendono di ricondurre l'esperienza umana a principi universali.

Una ricostruzione organica del contro-illuminismo fu proposta da Isaiah Berlin.[79] Egli esaminò le reazioni al razionalismo, all'universalismo e alla fiducia illuminista nella possibilità di ricondurre la pluralità dell'esperienza a un unico sistema coerente di conoscenze e valori. In alternativa, valorizzò l'importanza della storia, delle culture, dei sentimenti e della diversità delle esperienze umane. La sua riflessione sul pluralismo dei valori sottolineava che i valori morali e politici possono entrare in conflitto e non essere sempre riconducibili a un unico modello razionale valido per tutti.[80]

Nella seconda metà del XX secolo si sviluppò una letteratura critica di ispirazione cattolica, secondo la quale alcuni principi associati all'Illuminismo, come la libertà, l'uguaglianza e la fraternità, erano già presenti nella tradizione cristiana e furono ripresi dagli illuministi separandoli dalla loro origine religiosa e, in alcuni casi, utilizzandoli in funzione anticristiana. In questa prospettiva si colloca il pensiero del futuro pontefice Joseph Ratzinger, secondo il quale il cristianesimo si era presentato fin dalle origini come religione del logos, cioè come una fede aperta alla ragione. Ratzinger sosteneva che principi quali la libertà religiosa e la pari dignità degli esseri umani fossero già presenti nella tradizione cristiana e riconosceva all'Illuminismo il merito di averli riproposti e di aver restituito alla ragione una propria voce, pur ribadendone l'origine cristiana:

«Il cristianesimo, fin dal principio, ha compreso se stesso come la religione del logos, come la religione secondo ragione. Non ha individuato i suoi precursori in primo luogo nelle altre religioni, ma in quell'Illuminismo filosofico che ha sgombrato la strada dalle tradizioni per volgersi alla ricerca della verità e verso il bene. [...] In quanto religione dei perseguitati, in quanto religione universale, al di là dei diversi Stati e popoli, ha negato allo Stato il diritto di considerare la religione come una parte dell'ordinamento statale, postulando così la libertà della fede. [...] In questo senso l'Illuminismo è di origine cristiana ed è nato non a caso proprio ed esclusivamente nell'ambito della fede cristiana. Laddove il cristianesimo, contro la sua natura, era purtroppo diventato tradizione e religione di Stato. [...] È stato ed è merito dell'Illuminismo aver riproposto questi valori originali del cristianesimo e aver ridato alla ragione la sua propria voce.»

Anche lo storico Franco Cardini ha contestato alcune interpretazioni illuministe della storia della Chiesa. In particolare, ha criticato la rappresentazione della vicenda di Galileo Galilei come prova di un'incompatibilità strutturale tra religione e scienza, trasformando un caso storico complesso e drammatico in uno strumento di polemica anticattolica:

«Gli intellettuali dell'Enciclopedia, che già avevano avviato la demonizzazione delle Crociate, della civiltà medievale e che stavano gettando cumuli di calunnie sulla conquista delle Americhe da parte delle potenze cattoliche di Spagna e Portogallo, non si lasciarono sfuggire le opportunità che la vicenda legata a Galileo Galilei offriva in termini di polemica anticattolica: e quello che era, e poteva restare, un caso umano, ancorché doloroso e drammatico, fu trasformato in un caso – il caso Galileo appunto –, esemplare, nell'intenzione dei suoi formulatori, di una costitutiva inconciliabilità tra fede e ragione, tra religione e scienza, tra dogma e libertà di ricerca.»

La rappresentazione dell'epoca medievale e della storia del cristianesimo come un periodo dominato dall'oscurantismo e dalla superstizione è stata contestata anche da altri autori di ispirazione religiosa, tra cui Régine Pernoud e Luigi Negri.[81][82] Secondo Léo Moulin infine, la rappresentazione negativa della storia della Chiesa avrebbe contribuito a diffondere, tra gli stessi cattolici, un'immagine complessivamente colpevolizzante della propria tradizione.[83]

Una distinzione tra le diverse tradizioni dell'Illuminismo è stata proposta dal filosofo Friedrich von Hayek, che ha individuato differenze tra le correnti liberali e razionaliste sviluppatesi nell'ambito della cultura britannica e del pensiero kantiano e le correnti francesi più legate al razionalismo costruttivista e alla tradizione giacobina. Questa distinzione intende mettere in evidenza la pluralità degli orientamenti illuministi e delle loro successive eredità politiche, comprese quelle che hanno favorito concezioni accentrate e autoritarie del potere.[84]

Nella seconda metà del Novecento, in Italia si è inoltre sviluppata una corrente filosofica denominata neoilluminismo, i cui principali rappresentanti furono Nicola Abbagnano e Ludovico Geymonat.[85] L'eredità dell'Illuminismo nella società contemporanea è stata affrontata anche da Eugenio Scalfari nel volume Attualità dell'illuminismo, pubblicato da Laterza nel 2001. L'opera raccoglie tredici interventi, tra cui quelli di Umberto Eco, Umberto Galimberti, Norberto Bobbio, Lucio Villari e Gianni Vattimo. Secondo la sintesi proposta da Giuseppe Vottari, l'Illuminismo ha rappresentato una cesura nella storia dell'Occidente cristiano, determinando profonde trasformazioni materiali e culturali. Al tempo stesso, ha alimentato contrasti e aspettative che non sempre si sono realizzate, contribuendo al consolidamento della secolarizzazione politica e sociale e della laicizzazione della cultura europea.[86]

La persistente attualità dell'Illuminismo è stata sottolineata anche dallo storico Robert Darnton, che ha individuato nell'eredità di Montesquieu, Voltaire, Rousseau e Diderot alcuni principi ancora rilevanti nel dibattito politico e culturale contemporaneo: la difesa della libertà contro il dispotismo, la critica delle ingiustizie giudiziarie, la tutela dei diritti dei più deboli e la messa in discussione delle autorità costituite, compresa la stessa ragione quando viene assunta come principio indiscutibile.[87]

L'Illuminismo ha contribuito alla trasformazione della società europea, influenzando lo sviluppo della cultura politica, giuridica, scientifica ed economica moderna. La sua eredità comprende la valorizzazione della ragione critica, della libertà individuale, della tolleranza e della diffusione del sapere, ma anche concezioni della razionalità e del progresso successivamente sottoposte a critiche da parte di alcuni autori. In particolare, il rapporto tra ragione, scienza e progresso è stato oggetto di dibattito in relazione agli sviluppi del positivismo, dello scientismo e alle forme di razionalità strumentale che possono subordinare la conoscenza a fini di controllo e dominio.[88][89]

Tra gli aspetti principali della eredità innovativa ed emancipatrice dell'Illuminismo figurano:

  • Diritti e libertà individuali. La riflessione illuminista contribuì alla diffusione di principi quali la libertà di pensiero ed espressione, la tolleranza religiosa, l'uguaglianza giuridica e la limitazione del potere politico. Questi ideali influenzarono le rivoluzioni americana e francese, le successive dichiarazioni dei diritti e lo sviluppo del costituzionalismo moderno. Le diverse correnti illuministe tuttavia non condividevano le medesime concezioni della libertà e dell'uguaglianza, ad esempio non estendendone l'applicazione a tutti gli individui e gruppi sociali.[90]
  • Umanesimo laico e civico. L'Illuminismo contribuì a valorizzare l'autonomia dell'individuo, la capacità di giudicare con la propria ragione e la partecipazione alla vita pubblica. La diffusione dell'istruzione e della discussione pubblica favorì una concezione del cittadino come soggetto in grado di prendere parte laicamente alla vita politica e culturale. Tale orientamento non comportò tuttavia un rifiuto uniforme della religione: tra gli illuministi vi furono infatti posizioni deiste, religiose, agnostiche e materialiste, differenti per principi e obiettivi.[91]
  • Pensiero critico e autonomia della conoscenza. La critica dei dogmi, dei pregiudizi e delle autorità non sottoposte a esame razionale favorì la diffusione di un atteggiamento fondato sull'argomentazione, sull'esperienza e sulla verifica delle affermazioni. La ragione non fu valorizzata soltanto come strumento per acquisire conoscenze, ma anche come mezzo per sottoporre a revisione le istituzioni e le credenze consolidate. L'Illuminismo contribuì in tal modo alla formazione di una cultura della critica che avrebbe continuato a influenzare la filosofia e il dibattito pubblico.[91]
  • Sviluppo della scienza moderna. L'Illuminismo valorizzò l'osservazione empirica, la sperimentazione e la ricerca di leggi generali della natura, in continuità con la rivoluzione scientifica dei secoli precedenti. La diffusione delle conoscenze scientifiche contribuì allo sviluppo della fisica, della chimica, della medicina e delle applicazioni tecniche, rafforzando l'aspettativa che il sapere potesse migliorare le condizioni di vita. Non tutte le innovazioni scientifiche successive possono tuttavia essere attribuite direttamente all'Illuminismo, poiché derivarono da processi più ampi e da tradizioni di ricerca differenti.[91]
  • Laicizzazione delle istituzioni e formazione dell'opinione pubblica. La critica dei privilegi ecclesiastici e dell'assolutismo monarchico contribuì, insieme ad altri fattori storici e politici, allo sviluppo di istituzioni laiche, di riforme amministrative e giuridiche e di nuove forme di partecipazione al dibattito pubblico. La circolazione di libri, giornali e periodici e l'attività di enciclopedie e società culturali favorirono la diffusione delle idee e la discussione delle questioni politiche e sociali. Il processo di secolarizzazione e di laicizzazione della società europea fu tuttavia graduale e non uniforme.[92]
  • Sviluppo del pensiero politico moderno. Le riflessioni illuministe contribuirono alla formazione del liberalismo classico, del repubblicanesimo moderno e del costituzionalismo, oltre a influenzare le successive elaborazioni della democrazia rappresentativa. Tra i temi centrali figuravano la separazione e la limitazione dei poteri, la legittimità dell'autorità politica, la tutela dei diritti e la partecipazione dei cittadini. Questi principi non furono elaborati in modo uniforme: le diverse correnti illuministe proposero soluzioni differenti riguardo alla sovranità, alla rappresentanza e all'organizzazione della società.[90]
  • Sviluppo dell'economia politica. Nel Settecento l'economia politica si consolidò progressivamente come ambito autonomo di studio, attraverso l'analisi della produzione, della distribuzione e della circolazione della ricchezza. Tra i suoi principali esponenti figura Adam Smith, che esaminò la divisione del lavoro, la formazione dei prezzi, gli scambi e il funzionamento dei mercati. Il pensiero economico del periodo contribuì inoltre al dibattito sul valore, sulla crescita della ricchezza e sull'organizzazione della società commerciale, senza che tutte queste questioni fossero ricondotte a un'unica dottrina.[93]
  • Riforma del diritto penale. Le idee illuministe contribuirono alla critica della tortura, delle pene crudeli e dell'arbitrarietà giudiziaria. Le argomentazioni di Cesare Beccaria nel trattato Dei delitti e delle pene del 1764, dove sostenne la necessità di pene proporzionate ai reati, leggi chiare e un sistema giudiziario sottoposto a principi generali, influenzarono il dibattito sulla legislazione penale e sulle riforme della giustizia in Europa.[94][95][96][97]
  • Trasformazioni artistiche e letterarie. Il contesto culturale del Settecento vide lo sviluppo del romanzo moderno, del dramma borghese e di nuove forme di critica letteraria e artistica. L'Illuminismo favorì la riflessione sul ruolo sociale della letteratura, sulla funzione educativa delle arti e sulla diffusione della cultura. Nello stesso periodo si svilupparono o si diffusero correnti artistiche differenti, tra cui il rococò e il neoclassicismo, mentre la musica europea attraversò importanti trasformazioni stilistiche. Questi fenomeni si intrecciarono con l'Illuminismo, senza coincidere interamente con esso.

Accanto alla eredità razionalista ed emancipatrice dell'Illuminismo, alcuni sviluppi del pensiero moderno ispirati a temi illuministi sono stati in seguito oggetto di riflessioni filosofiche o politiche in particolare sul rapporto tra ragione, progresso e organizzazione della società, sviluppatesi in direzioni differenti nel corso dell'età moderna e contemporanea. Tali riflessioni riguardano soprattutto il ruolo della ragione nella vita individuale e collettiva, il significato del progresso, il rapporto tra conoscenza scientifica e altri ambiti del sapere e le conseguenze dell'applicazione di criteri di efficienza e calcolo alle dimensioni etiche e spirituali dell'esistenza.[98][99] Tra i principali sviluppi e orientamenti del dibattito sull'eredità illuminista si annoverano:

  • Il positivismo e lo scientismo. Nel XIX secolo, la corrente filosofica del positivismo sviluppò la fiducia nella conoscenza scientifica e nella possibilità di applicare metodi razionali allo studio della società: Auguste Comte elaborò infatti una concezione dello sviluppo storico nella quale il sapere scientifico avrebbe dovuto contribuire alla riorganizzazione dell'ordine sociale, riprendendo alcuni temi dell'Illuminismo. Il termine scientismo indica invece l'orientamento che considera le scienze fisiche e sperimentali l'unica forma valida di conoscenza, estendendone i metodi a tutti gli ambiti della realtà: tale impostazione è stata criticata per la tendenza a ridurre questioni filosofiche, morali, politiche e sociali a problemi risolvibili esclusivamente mediante le scienze empiriche.[100][101]
  • La critica della ragione strumentale. Nel Novecento Max Horkheimer e Theodor W. Adorno misero in discussione l'idea che il progresso della razionalità e delle capacità tecniche conduca necessariamente all'emancipazione umana. Nella Dialettica dell'illuminismo sostennero infatti che, anziché favorire la libertà e il progresso, la centralità data alla ragione può trasformarsi in uno strumento di dominio, soprattutto quando sia utilizzata per calcolare i mezzi più efficaci, senza tuttavia sottoporre a critica i fini perseguiti. In questa prospettiva, il controllo tecnico della natura e l'organizzazione razionale della società possono accompagnarsi a nuove forme di subordinazione dell'individuo, conformismo e dominio politico.[102][103] Critiche affini alla razionalizzazione della società moderna sono presenti anche nell'opera di Max Weber, che ha esaminato la crescente organizzazione della vita sociale secondo criteri di calcolabilità, efficienza e prevedibilità.[104]
  • I limiti dell'universalismo razionalista. Alcuni critici hanno contestato la tendenza a considerare la ragione capace di individuare un unico modello valido per tutte le società e le epoche. Isaiah Berlin ha valorizzato, in opposizione alle concezioni monistiche dei valori, la pluralità delle culture e dei fini morali e politici, sostenendo che alcuni valori possono entrare in conflitto senza poter essere ricondotti a un'unica soluzione razionale. Questa critica, collegata alla riflessione sul controilluminismo, ha influenzato il dibattito contemporaneo sul pluralismo, sulla libertà individuale e sui limiti dei progetti politici fondati su una concezione unitaria del bene.[105][106]
  • Il rapporto tra razionalità, progresso e dominio. Altro argomento di discussione è stata l'identificazione del progresso scientifico e tecnico con un miglioramento automatico delle condizioni umane, unita al fatto che una aprioristica fiducia in esso possa degenerare in una concezione unilaterale dello sviluppo: le stesse tecnologie e conoscenze scientifiche possono infatti produrre benefici, ma possono anche essere impiegate per finalità distruttive, o per rafforzare forme di controllo sociale. La questione centrale non riguarda dunque la validità della ricerca scientifica in quanto tale, ma il rapporto tra conoscenza, responsabilità morale, organizzazione politica e uso delle capacità tecniche.[99][107][108]
  1. ↑ Gli altri ospiti raffigurati nel dipinto sono Gresset, Marivaux, Marmontel, Vien, La Condamine, Raynal, Rameau, mademoiselle Clairon, Hènault, Choiseul, Bouchardon, Soufflot, Saint-Lambert, il conte di Caylus, Felice, il barone di Aulne, Malesherbes, Maupertis, Mairan, d'Aguesseau, Clairault, la contessa di Houdetot, Vernet, Fontenelle, il duca di Nivernais, Crèbillon, Duclos, Helvètius, Vanloo, Lekain, Lespinasse, Boccage, Réaumur, Graffigny, Jussieu e Daubenton.
  2. ↑ Vincenzo Ferrone, Il mondo dell’illuminismo. Storia di una rivoluzione culturale, Torino, Einaudi, 2019.
  3. ↑ Enciclopedia Garzanti di Filosofia, alla voce corrispondente.
  4. ↑ Nel Seicento vissero uomini di scienza del calibro di Galileo Galilei, Giordano Bruno, Isaac Newton, Giovanni Keplero, William Harvey, Evangelista Torricelli. Gli sviluppi del pensiero scientifico continuarono anche nel Settecento con scienziati molto importanti quali Lavoisier, Linneo, Luigi Galvani, Alessandro Volta.
  5. ↑ "L'Illuminismo", in Storia della filosofia di Giuseppe Faggin, pagg. 228-229, Principato editore, Milano, vol.2, 1975.
  6. ↑ Andrea Tagliapietra, Silvia Manzoni, Che cos'è l'Illuminismo: i testi e la genealogia del concetto, Milano, Bruno Mondadori, 2000, p. 186.
  7. ↑ Il termine bureaux d'esprit (salotto letterario, nella libera traduzione italiana) apparirà soltanto nel XIX secolo ad opera della duchessa Laure Junot d'Abrantès (Cfr. Albert Tornezy, Un bureau d'esprit au 18e siècle: le salon de Madame Geoffrin (1895), Biblio Bazaar, 2009)
  8. ↑ In una lettera dell'abate Galiani a lui inviata da Napoli il 7 aprile 1770: La philosophie, dont vous êtes le premier maître d'hôtel, mange-t-elle toujours de bon appétit? (La filosofia, di cui voi siete il primo direttore d'albergo, mangia sempre con buon appetito?)
  9. ↑ Maria Luisa Betri ed Elena Brambilla, a cura di, Salotti e ruolo femminile in Italia. Tra fine del Seicento e i primi del Novecento, Marsilio, 2004.
  10. ↑ I. Kant, op. cit.
  11. ↑ Jürgen Habermas, studioso della formazione della "ragione pubblica", ha osservato che per l'illuminista borghese Kant questa diffusione della critica tramite, ad esempio, la stampa, avesse poca importanza poiché il filosofo prussiano quando parla di "pubblico" non si riferisce alla formazione di una generica e inconsulta opinione pubblica, di cui non gli interessa il giudizio, ma a un pubblico scelto, esperto, un pubblico illuminato di dotti lettori, cittadini del mondo, accomunati dalla ragione universale garanzia di progresso. Quindi per questo l'uso pubblico della ragione sarà libero, in quanto la razionalità dell'uomo, nonostante le censure e i limiti della diffusione delle sue idee tramite i libri, è e sarà sempre libera. (Cfr. J. Habermas, Storia e critica dell’opinione pubblica trad. it., Bari, Laterza
  12. ↑ J.J. Rousseau, Émile
  13. ↑ L'Illuminismo tedesco, a differenza di quello francese e inglese, è in genere caratterizzato dai rapporti culturali che ebbe con i filosofi e teologi pietisti del «Circolo di Halle»
  14. ↑ M. C. Jacob, L'Illuminismo radicale, Bologna, Il Mulino, 1983 (Cfr. Rivista storica italiana, Volume 115, Edizioni scientifiche italiane 2003 p.286 e sgg.)
  15. ↑ Giuseppe Saitta, L'illuminismo della sofistica greca, ed. Fratelli Bocca 1938 pag.61 e sgg.
  16. ↑ Mauro Nervi, La chimica dell`anima: Illuminismo e consolazione nel III libro del"De rerum natura", ed. GRIN Verlag, 2010
  17. ↑ Immanuel Kant, Risposta alla domanda: che cos'è l'Illuminismo?, 1784.
  18. ↑ I. Kant, "Risposta alla domanda: che cos'è l'Illuminismo?" in Scritti politici e di filosofia della storia e del diritto di Immanuel Kant, a cura di N. Bobbio, L. Firpo e V. Mathieu, Torino, UTET, 1965, passim.
  19. ↑ D'Alembert, Elementi di filosofia, I
  20. ↑ Andreas Riem, Sull'illuminismo. Se sia, o possa divenire, pericoloso per lo Stato, per la religione o in generale (archiviato dall'url originale il 30 dicembre 2020)., a cura di Hagar Spano, Rubbettino, Soveria Mannelli 2020, pp. 35-36.
  21. ↑ A.Ashley Cooper, Advice to an Author, Part III
  22. ↑ Giuseppe Cocchiara, Il mito del buon selvaggio: introduzione alla storia delle teorie etnologiche, ed. G. d'Anna, 1948, p.12 e segg.
  23. ↑ Da una lettera a Rousseau del 1755.
  24. 1 2 D'Alembert, Enciclopedia, Discorso preliminare
  25. ↑ Condillac, Logica, 1
  26. ↑ D. Diderot, Sull'interpretazione della natura, § 7
  27. ↑ D. Diderot, op. cit
  28. ↑ Un puro e semplice materialismo accompagnato da ateismo non è sempre chiaramente sostenuto da Claude-Adrien Helvétius e da Denis Diderot, mentre più radicali nella professione ateistica appaiono La Mettrie, e D'Holbach. (In Cornelio Fabro La preghiera nel pensiero moderno, ed. di Storia e Letteratura, p.188)
  29. ↑ in Gaetano Capone Braga, La filosofia francese e italiana del settecento, Edizioni delle "Pagine critiche", 1920 p.63
  30. ↑ C. Fabro, Ateismo illuministico, in Introduzione all'ateismo moderno, Roma, Studium, 1969, pp. 390 e segg.
  31. ↑ D'Alembert, Enciclopedia. Discorso preliminare
  32. ↑ Lettera di Diderot a Sophie Volland del 26 settembre 1762
  33. ↑ D'Alembert, op. cit. cap. 2, 4
  34. ↑ Voltaire, Candido, o dell'ottimismo
  35. ↑ Voltaire, "Le Monde comme il va", racconto in Zadig e altri racconti filosofici, trad.it. Feltrinelli, pp. 93-112
  36. ↑ Centro piombinese di studi storici, Ricerche storiche, Volume 29, ed. L. Olschki, 1999
  37. ↑ P. Bayle, "Dizionario storico e critico", in Società filosofica italiana, Rivista di filosofia, Volume 47, Taylor editore, 1955
  38. ↑ Voltaire, Saggio sui costumi
  39. ↑ Andrea Tagliapietra, Che cos'è l'illuminismo: i testi e la genealogia del concetto, Pearson Italia S.p.a., 1997, p.65
  40. ↑ Voltaire, Lettere filosofiche, Sesta lettera
  41. 1 2 Montesquieu, Lo spirito delle leggi
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  44. ↑ Montesquieu, Lo spirito delle leggi in Furio Diaz, Dal movimento dei lumi al movimento dei popoli: l'Europa tra illuminismo e rivoluzione, Il Mulino, 1986 p.246
  45. ↑ F. Bruni, Storia della lingua italiana (archiviato dall'url originale il 3 settembre 2014).
  46. ↑ Condorcet, Saggio di un quadro storico dei progressi dello spirito umano, Introduzione
  47. 1 2 Illuminismo nell'Enciclopedia Treccani, su treccani.it. URL consultato il 27 gennaio 2021.
  48. ↑ Voltaire, Questioni sull'Enciclopedia, articolo Ateo
  49. ↑ Voltaire, in Enciclopedia Garzanti di Filosofia
  50. ↑ D'Alembert, Elementi di filosofia, VII
  51. ↑ Bayle, Commentario filosofico
  52. ↑ Enciclopedia voce "Tolleranza"
  53. ↑ Voltaire in Giuseppe Fumagalli, Chi l'ha detto?, Hoepli editore, 1980 p.456
  54. ↑ Luigi Mezzadri, Paola Vismara Chiappa, Paola Vismara, La Chiesa tra Rinascimento e illuminismo, Città Nuova, Roma 2006, p. 346. Secondo questi studiosi di pensiero cattolico questo sarebbe «il grave limite dell'illuminismo [...] Anche nelle colonie americane si ha una forma di "multiprotestantesimo", che tende a escludere la legittimità della professione religiosa cattolica» (ivi).
  55. ↑ Leopold von Ranke, Storia dei papi, Sansoni, 1965 pp.930-943
  56. ↑ Antonio Desideri, Storia e storiografia, vol.2, Casa editrice G. D'Anna, Firenze 1979, p.14
  57. ↑ Secondo J. Le R. d'Alembert, la cacciata dei gesuiti dall'Europa fu uno degli avvenimenti principali che contribuì a segnare il secolo illuminista (cfr. Sur la destruction des jésuites en France, par un auteur désintéressé, Nabu Press, 2010).
  58. 1 2 A. Desideri, Op. cit. ibidem
  59. ↑ Alexis de Saint Priest, Historie de la chute des jésuites aux dix hiutième siècle (1750-1782), Capolago, Tipographie et librairie helvétique, 1845.
  60. ↑ Storia del mondo moderno, Cambridge University Press, vol. VIII, Le rivoluzioni d'America e di Francia (1763-1793), Milano 1969.
  61. ↑ Ludovico Von Pastor, Storia dei papi, vol. XVI, Storia dei Papi nel periodo dell'assolutismo dall'elezione di Benedetto XIV sino alla morte di Pio VI (1740-1799), Roma 1953.
  62. ↑ Libro inserito nell'Indice dei libri proibiti fino al Concilio Vaticano II
  63. ↑ Léo Moulin, L'Inquisizione sotto inquisizione, a cura dell'Ass. Culturale ICARO, Cagliari 1992
  64. ↑ Voltaire, Dizionario filosofico, trad. it. di R. Lo Re e L. Sosio, Milano 2000, voce «Inquisizione», p. 286
  65. ↑ E. Peters. Inquisition.New York 1988
  66. ↑ H. Kamen. The Spanish Inquisition: A Historical Revision. London 1997
  67. ↑ Iain Hampsher-Monk, «Reflections on the Revolution in France», in David Dwan e Christopher Insole (a cura di), The Cambridge Companion to Edmund Burke, Cambridge University Press, 2012.
  68. ↑ Joseph de Maistre, Considérations sur la France, 1796; edizione inglese con introduzione di Isaiah Berlin e cura di Richard A. Lebrun, Maistre: Considerations on France, Cambridge University Press, 1994.
  69. ↑ Cfr. Alfredo Galletti, L'opera di Giosuè Carducci: il poeta, il critico, il maestro, Nicola Zanichelli, 1929.
  70. ↑ Wilhelm Dilthey, Il secolo XVIII e il mondo storico, trad. it., Edizioni di Comunità, Milano, 1967.
  71. ↑ In particolare nella fase della cosiddetta «filosofia del mattino», comprendente Umano, troppo umano, Aurora e La gaia scienza.
  72. ↑ Benedetto Croce, Teoria e storia della storiografia, nel saggio La storiografia dell'Illuminismo, Laterza, Bari, 1916.
  73. ↑ Ernst Cassirer, La filosofia dell'Illuminismo, trad. it., La Nuova Italia, Firenze, 1973.
  74. ↑ Paul Hazard, La crisi della coscienza europea, Einaudi, Torino, 1946.
  75. ↑ Reinhart Koselleck, Critica illuministica e crisi della società borghese, Il Mulino, Bologna, 1972.
  76. ↑ Max Horkheimer, Eclisse della ragione, trad. it., Einaudi, Torino, 1960, cap. «I mezzi e i fini».
  77. ↑ Max Horkheimer e Theodor W. Adorno, Dialettica dell'Illuminismo, trad. it., Einaudi, Torino, 1966 (edizione originale tedesca, 1947).
  78. ↑ Lucien Goldmann, L'Illuminismo e la società moderna, trad. it., Einaudi, Torino, 1967.
  79. ↑ Soprattutto nel saggio The Counter-Enlightenment, pubblicato nel 1973.
  80. ↑ Isaiah Berlin, «The Counter-Enlightenment», in Dictionary of the History of Ideas, vol. II, Charles Scribner's Sons, New York, 1973, pp. 100-112.
  81. ↑ Régine Pernoud, Medioevo. Un secolare pregiudizio, Bompiani, Milano, 1983.
  82. ↑ Luigi Negri, False accuse alla Chiesa, Piemme, Casale Monferrato, 1997.
  83. ↑ Léo Moulin, intervistato da Vittorio Messori in Inchiesta sul cristianesimo, SEI, Torino, 1987; 3ª ed., Oscar Mondadori, Milano, 1993, p. 368.
  84. ↑ Friedrich August von Hayek, Nuovi studi di filosofia, politica, economia e storia delle idee, a cura di E. Coccia e G. Minotti, Armando, Roma, 1988.
  85. ↑ Mirella Pasini e Daniele Rolando (a cura di), Il neoilluminismo italiano. Cronache di filosofia (1953-1962), Il Saggiatore, Milano, 1991.
  86. ↑ Giuseppe Vottari, L'illuminismo. Un percorso alfabetico nell'età delle riforme, Alpha Test, 2003, p. 36.
  87. ↑ Robert Darnton, La dentiera di Washington, Donzelli, 1997.
  88. ↑ Paolo Casini, Illuminismo, in Enciclopedia delle scienze sociali, Istituto della Enciclopedia Italiana, 1994.
  89. ↑ Theodor W. Adorno, su Stanford Encyclopedia of Philosophy.
  90. 1 2 Jonathan Israel, A Revolution of the Mind: Radical Enlightenment and the Intellectual Origins of Modern Democracy, Princeton University Press, 2010.
  91. 1 2 3 Enlightenment, su Stanford Encyclopedia of Philosophy.
  92. ↑ Paul Hazard, La crisi della coscienza europea, Torino, Einaudi, 1946.
  93. ↑ Cfr. Adam Smith, La ricchezza delle nazioni, 1776.
  94. ↑ Cesare Beccaria, Dei delitti e delle pene, 1764.
  95. ↑ Voltaire, Commentaire sur le livre Des délits et des peines, 1766.
  96. ↑ Pietro Verri, Osservazioni sulla tortura, 1804.
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  99. 1 2 Max Horkheimer e Theodor W. Adorno, Dialettica dell'Illuminismo, Torino, Einaudi, 1966.
  100. ↑ Positivismo, su Enciclopedia Treccani, Dizionario di Storia.
  101. ↑ Scientismo, su Enciclopedia Treccani, Dizionario di filosofia.
  102. ↑ Max Horkheimer e Theodor W. Adorno, Dialettica dell'Illuminismo, Torino, Einaudi, 1966.
    «Edizione originale tedesca pubblicata nel 1947»
  103. ↑ Max Horkheimer, su Stanford Encyclopedia of Philosophy.
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  105. ↑ Isaiah Berlin, The Roots of Romanticism, Princeton University Press, 1999.
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    «Capitolo in Rousseau, the Age of Enlightenment, and Their Legacies, 2012»
  107. ↑ Max Horkheimer, Eclisse della ragione, Torino, Einaudi, 1960.
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