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Tibesti

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Tibesti
Il Tibesti a est di Bardaï
ContinenteAfrica
StatiCiad (bandiera) Ciad
Libia (bandiera) Libia
Cima più elevataEmi Koussi (3 415[1] m s.l.m.)
Lunghezza480 km
Larghezza350 km
Superficie100 000 km²
Età della catenaOligocene
Tipi di rocceandesitebasaltobasanitedaciteignimbritepomiceriolite • trachiandesite • trachite

Il Tibesti (in arabo جبال تيبستي?, Jibāl Tibistī)[2] è una catena montuosa del Sahara centrale, situata principalmente nell'estremo nord del Ciad, con una piccola porzione che si estende nel sud della Libia. La cima più elevata della catena, l'Emi Koussi, si trova nella parte meridionale e raggiunge i 3.415 metri di altitudine, risultando il punto più alto sia del Ciad sia dell'intero Sahara. Il Bikku Bitti, la vetta più alta della Libia, si trova invece nella parte settentrionale del massiccio. Il settore centrale del Tibesti è di origine vulcanica ed è costituito da cinque grandi edifici vulcanici sormontati da ampie depressioni: Emi Koussi, Tarso Toon, Tarso Voon, Tarso Yega e Toussidé. Estese colate laviche hanno formato vasti altopiani sovrapposti ad arenarie paleozoiche. L'attività vulcanica fu il risultato di un punto caldo continentale emerso durante l'Oligocene e proseguito in alcune aree fino all'Olocene, lasciando tracce ancora visibili sotto forma di fumarole, sorgenti termali, pozze di fango e depositi di natron e zolfo. L'erosione ha modellato guglie vulcaniche e inciso una fitta rete di canyon, percorsi da corsi d'acqua dal regime estremamente irregolare, che si disperdono rapidamente nelle sabbie del deserto.

Il nome Tibesti, che significa «luogo dove vivono gli abitanti delle montagne», indica il territorio tradizionale del popolo toubou. I Toubou vivono soprattutto lungo gli uadi e presso le rare oasi, dove crescono palme e vengono coltivati cereali in quantità limitata. Sfruttano l'acqua che si raccoglie nelle guelte, bacini naturali la cui disponibilità varia notevolmente da un anno all'altro e da un decennio all'altro. Gli altopiani sono utilizzati per il pascolo del bestiame durante l'inverno e per la raccolta dei cereali in estate. Le temperature sono elevate, ma l'altitudine rende il massiccio più fresco rispetto al deserto circostante. I Toubou, insediatisi nella regione almeno dal V secolo a.C., si adattarono a queste condizioni trasformando il Tibesti in una grande fortezza naturale. Giunsero in più ondate, rifugiandosi tra le montagne nei periodi di conflitto e disperdendosi nei momenti di prosperità, sebbene non siano mancati, talvolta, forti contrasti interni.

Nel corso della loro storia, i Toubou entrarono in contatto con Cartaginesi, Berberi, Tuareg, Ottomani e Arabi, oltre che con i colonizzatori francesi, che penetrarono per la prima volta nel massiccio nel 1914 e ne assunsero il controllo nel 1929. Lo spirito indipendente dei Toubou e la complessa situazione geopolitica della regione hanno reso difficili sia l'esplorazione della catena sia la conquista delle sue vette. Le tensioni continuarono anche dopo l'indipendenza del Ciad e della Libia, ottenuta nella metà del XX secolo, con episodi di rapimenti e conflitti armati legati anche alle dispute sulla distribuzione delle risorse naturali. La situazione geopolitica instabile e la scarsità di infrastrutture hanno inoltre ostacolato lo sviluppo del turismo.

La flora e la fauna saharo-montane, che comprendono specie come la gazzella bianca e l'ammotrago, si sono adattate all'ambiente montuoso del Tibesti, sebbene il clima non sia sempre stato così severo. In passato la biodiversità era maggiore, come testimoniano le scene raffigurate nell'arte rupestre e parietale diffuse in tutto il massiccio, risalenti a diversi millenni fa e precedenti persino all'arrivo dei Toubou. L'isolamento del Tibesti ha inoltre alimentato l'immaginario culturale, lasciando tracce tanto nell'arte quanto nella letteratura.

Toponomastica

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Il Tibesti prende il nome dal popolo toubou, chiamato anche Tibu o Tubu, che abita la regione. Nella lingua kanuri, tu significa «rocce» o «montagna», mentre bu significa «persona» o «abitante»; di conseguenza, Toubou può essere tradotto approssimativamente come «popolo delle montagne»,[N 1] mentre Tibesti indica il «luogo in cui vivono gli abitanti delle montagne».[3][4]

La maggior parte dei nomi delle montagne deriva dall'arabo e dalle lingue tedaga e dazaga. Il termine ehi precede i nomi delle cime e delle colline rocciose, emi quelli delle montagne più grandi, mentre tarso è usato per indicare gli altopiani elevati e i versanti montuosi dolcemente inclinati.[5][6][7] Ad esempio, l'Ehi Mousgou è uno stratovulcano alto 2.849 metri, situato nei pressi del Tarso Voon.[8] Il nome Toussidé significa «ciò che uccise i Tou», cioè i Toubou, e riflette la pericolosità di questo vulcano ancora attivo.[9] Il nome di Bardaï, il principale centro abitato del massiccio, significa «freddo» nell'arabo ciadiano.[N 2] In lingua tedaga, la città è invece nota come Goumodi, nome che significa «passo rosso» e allude al colore assunto dalle montagne al crepuscolo.[11]

Carta topografica del Tibesti
Satellite image of the Tibesti Mountains
Immagine satellitare a falsi colori del massiccio del Tibesti, con rilievo altimetrico enfatizzato, vista da sud

Il Tibesti si trova al confine tra Ciad e Libia, estendendosi tra la regione ciadiana del Tibesti e i distretti libici di Murzuq e Kufra, circa 1.000 chilometri a nord di N'Djamena e 1.500 chilometri a sud-sud-est di Tripoli.[12] La catena è prossima al Niger e si colloca approssimativamente a metà strada tra il golfo della Sirte e il lago Ciad, poco a sud del Tropico del Cancro.[12][13][14] Il Rift dell'Africa orientale si trova 1.900 chilometri più a est, mentre la linea del Camerun è situata circa 1.800 chilometri a sud-ovest.[5]

La catena misura circa 480 chilometri di lunghezza e 350 chilometri di larghezza,[15] e si estende su una superficie di 100.000 km².[16][17] Disegna un grande triangolo, con lati lunghi circa 400 chilometri,[13] i cui vertici sono orientati verso sud, nord-ovest e nord-est, nel cuore del Sahara,[18][19] formando così la più vasta catena montuosa del deserto.[20]

La vetta più elevata del Tibesti, nonché il punto più alto del Ciad e dell'intero deserto del Sahara, è l'Emi Koussi, alto 3.415 metri e situato all'estremità meridionale della catena.[19] Tra le altre cime importanti figurano il Pic Toussidé,[N 3] alto 3.296 metri, e il Timi, di 3.012 metri, sul versante occidentale; il Tarso Yega, alto 2.972 metri; il Tarso Tieroko, di 2.925 metri; l'Ehi Mousgou, di 2.849 metri; il Tarso Voon, di 2.845 metri; l'Ehi Sunni, di 2.820 metri; e l'Ehi Yéy, di 2.774 metri, situato nei pressi del centro della catena.[21] Il Tarso Ahon, alto 3.325 metri, si innalza a nord dell'Emi Koussi. Il Mouskorbé, con i suoi 3.376 metri, è una cima notevole per altitudine nella parte nord-orientale del massiccio.[12][22] Il Bikku Bitti, alto 2.266 metri e punto più elevato della Libia, si trova nelle vicinanze, oltre il confine.[12][23] L'altitudine media del Tibesti è di circa 2.000 metri; il 60% della sua superficie supera i 1.500 metri di quota.[19]

Immagine satellitare dell'Emi Koussi

La catena comprende cinque vulcani a scudo, caratterizzati da basi molto ampie, il cui diametro può raggiungere gli 80 chilometri: Emi Koussi, Tarso Toon, che si eleva fino a 2.575 metri sul livello del mare, Tarso Voon, Tarso Yega e Tarso Toussidé, culminante nella cima omonima. Diversi di questi rilievi sono sormontati da grandi caldere.[24][25] Il Tarso Yega possiede la caldera più ampia, con un diametro compreso tra 19 e 20 chilometri e una profondità di circa 300 metri, mentre il Tarso Voon presenta la caldera più profonda, con circa 1.000 metri di profondità e un diametro compreso tra 12 e 13 chilometri.[26] A questi si aggiungono quattro grandi complessi di duomi lavici, alti tra 1.300 e 2.000 metri e larghi diversi chilometri, tutti situati nella parte centrale della catena: Tarso Tieroko, Ehi Yéy, Ehi Mousgou e Tarso Abeki, che raggiunge i 2.691 metri sul livello del mare.[21] Questi complessi vulcanici sono oggi considerati inattivi, ma secondo lo Smithsonian Institution furono attivi durante l'Olocene.[27] Il Tarso Toussidé è invece un vulcano attivo, che ha emesso lava negli ultimi due millenni.[24] I gas che fuoriescono dalle fumarole del Toussidé sono visibili quando l'evaporazione è ridotta.[24][27] Il cratere del vulcano, il Trou au Natron, ha un diametro di 8 chilometri e una profondità di 768 metri.[8] Sul versante nord-occidentale del Tarso Voon si trova il campo geotermico di Soborom, che comprende pozze di fango e fumarole da cui fuoriesce acido solforico. Lo zolfo ha tinto i suoli circostanti con colori vivaci. Fumarole sono presenti anche presso le sorgenti termali di Yi Yerra, sull'Emi Koussi.[24] Il Tarso Tôh fu un vulcano attivo all'inizio dell'Olocene.[27] L'area vulcanica del Tibesti si trova interamente in territorio ciadiano; copre circa un terzo della superficie complessiva della catena ed è responsabile della formazione di un volume di rocce compreso tra 5.000 e 6.000 km³.[24][28]

Il resto del Tibesti è costituito da altopiani vulcanici, chiamati tarsos, situati tra 1.000 e 2.800 metri di altitudine, oltre che da campi lavici e depositi di materiale eruttivo.[29] Gli altopiani sono più estesi e numerosi nella parte orientale: il Tarso Emi Chi, di 7.700 km²; il Tarso Aozi, di 6.500 km²; il Tarso Ahon, di 3.000 km², a nord dell'Emi Koussi; e il Tarso Mohi, di 1.200 km². Al centro si trova il Tarso Ourari, con una superficie di circa 700 km². A ovest, nei pressi del Tarso Toussidé, si trovano il già citato Tarso Tôh, un piccolo altopiano di appena 490 km², e il più ridotto Tarso Tamertiou, di 98 km².[21] Gli altopiani sono disseminati di guglie vulcaniche e separati da canyon scavati dal flusso irregolare degli uadi.[24][30][31] Dopo piogge spesso violente, in questi solchi si formano corsi d'acqua effimeri e una vegetazione temporanea.[32] I versanti meridionali, sud-occidentali e orientali della catena salgono dolcemente, mentre il versante settentrionale forma una scarpata che domina la vasta distesa ghiaiosa del deserto libico nota come Serir Tibesti.[33]

Immagine satellitare degli uidian (enneri) del Tibesti

Cinque fiumi della metà settentrionale del Tibesti scorrono verso la Libia, mentre la metà meridionale appartiene al bacino endoreico del lago Ciad. Tuttavia, nessuno di questi corsi d'acqua percorre lunghe distanze, poiché l'acqua evapora nel calore del deserto oppure si infiltra nel terreno, anche se in quest'ultimo caso può proseguire per grandi distanze attraverso falde acquifere sotterranee.[34]

Gli uadi del Tibesti sono chiamati enneri.[35] Le loro acque provengono principalmente dai temporali che periodicamente si abbattono sulle montagne.[36][37] Il loro regime è estremamente variabile.[38] Per esempio, il maggiore degli uadi, chiamato Bardagué, o Enneri Zoumeri nel suo tratto superiore, situato nella parte settentrionale della catena, registrò nel 1954 una portata di 425 m³/s; nei nove anni successivi, tuttavia, conobbe quattro anni di completa siccità, quattro anni con portate inferiori a 5 m³/s e un anno in cui furono misurati tre diversi valori di portata: 4, 9 e 32 m³/s.[39]

Una guelta sull'altopiano dell'Ennedi, 500 km a sud-est del Tibesti

Altri importanti corsi d'acqua incidono profondamente le montagne: l'Enneri Yebige scorre verso nord finché il suo letto scompare nel Serir Tibesti, mentre l'Enneri Touaoul confluisce nell'Enneri Ke, diretto verso sud, formando l'Enneri Miski, che a sua volta si perde nelle pianure del Borkou. I loro bacini sono separati da uno spartiacque alto circa 1.800 metri, che si estende dal Tarso Tieroko, a ovest, al Tarso Mohi, a est.[13][40] L'Enneri Tijitinga è l'uadi più lungo della catena: scorre per circa 400 chilometri verso sud. Nasce nella parte occidentale del massiccio e si esaurisce nella depressione del Bodélé, come avviene poco più a est per l'Enneri Miski e per altri uadi, tra cui l'Enneri Korom e l'Enneri Aouei.[35] Diversi corsi d'acqua scendono radialmente lungo i versanti meridionali dell'Emi Koussi prima di infiltrarsi nelle sabbie del Borkou e riaffiorare poi presso scarpate situate fino a 400 chilometri a sud della vetta, nei pressi dell'altopiano dell'Ennedi.[41]

Sul fondo di molti canyon si trovano le guelta, zone umide che raccolgono acqua soprattutto durante i temporali.[37][42] Al di sopra dei 2.000 metri, i letti degli enneri contengono talvolta successioni di pozze d'acqua, ancora in gran parte inesplorate. L'acqua viene rinnovata più volte l'anno durante le piene e presenta livelli di salinità ridotti.[35] La Mare de Zoui è un piccolo specchio d'acqua permanente situato a 600 metri di altitudine, nella parte settentrionale delle montagne, nell'uadi dell'Enneri Bardagué, 10 chilometri a est di Bardaï. Alimentata da sorgenti poste a monte dell'uadi, durante le forti piogge trabocca e si riversa in piccole zone umide.[41]

Le sorgenti termali di Yi Yerra si trovano sul fianco meridionale dell'Emi Koussi, a circa 850 metri di altitudine.[1][43] L'acqua sgorga dalle sorgenti a una temperatura di 37 °C.[19] Una dozzina di sorgenti termali si trova anche nel campo geotermico di Soborom, sul versante nord-occidentale del Tarso Voon, dove l'acqua emerge a temperature comprese tra 22 e 88 °C.[19][24]

Immagine satellitare del campo vulcanico del Tarso Tôh, comprendente 150 coni di scorie, due maar e diversi canali di colate laviche basaltiche[44]

Il Tibesti costituisce una vasta area di sollevamento tettonico che, secondo le interpretazioni attuali, sarebbe derivata da un pennacchio del mantello situato nel cratone della litosfera della placca africana, spessa circa 130-140 chilometri.[45][46] Questo sollevamento tettonico potrebbe essere stato accompagnato dall'apertura e dalla successiva chiusura, per subduzione, di una zona di rift.[47][48] Un sistema di faglie regionali, benché in parte mascherato dai prodotti vulcanici, mostra due orientamenti distinti: un allineamento nord-nord-est/sud-sud-ovest, che potrebbe rappresentare un'estensione della linea del Camerun, e un allineamento nord-ovest/sud-est, che potrebbe prolungarsi fino alla Grande Rift Valley. Tuttavia, la relazione tra questi sistemi di faglie non è stata dimostrata in modo definitivo.[49]

Il basamento del Tibesti è composto da granito, diorite e scisti, e rappresenta una delle sei esposizioni di rocce cristalline precambriane dell'Africa settentrionale.[50] Su queste rocce poggiano arenarie di età paleozoica, mentre le cime sono costituite da rocce vulcaniche.[5][19] L'attività del punto caldo continentale iniziò già nell'Oligocene, sebbene la maggior parte delle rocce vulcaniche risalga a un periodo compreso tra il Miocene inferiore e il Pleistocene e, in alcuni luoghi, fino all'Olocene.[19][51] A causa del movimento relativamente lento della placca africana, pari a circa 0-20 millimetri l'anno a partire dal Miocene inferiore, non esiste una relazione chiara tra l'età dei vulcani e le loro dimensioni, distribuzione geografica o allineamento, a differenza di quanto avviene in sistemi di punti caldi come le catene sottomarine Hawaii-Emperor e Cook-Austral.[52] Un fenomeno simile si osserva anche nei vulcani marziani, in particolare nell'Elysium Mons.[53] La prima attività vulcanica produsse formazioni di trappi basaltici, estese per decine di chilometri e sovrapposte fino a raggiungere spessori di 300 metri.[24][27] Nello strato vulcanico sono presenti anche basanite e andesite.[1][5] In epoche geologicamente più recenti, l'attività vulcanica ha deposto dacite, riolite e ignimbrite, oltre a trachite e trachiandesite.[54][55][56] Questa tendenza verso la produzione di lave più felsiche e viscose potrebbe indicare un progressivo indebolimento del pennacchio del mantello.[27]

Geomorfologia

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Animazione che mostra le fasi dell'attività vulcanica nel massiccio del Tibesti

L'attività vulcanica del Tibesti si svolse in diverse fasi. Nella prima fase si verificarono il sollevamento e l'estensione del basamento precambriano nell'area centrale. La prima struttura a formarsi fu probabilmente il Tarso Abeki, seguito dal Tarso Tamertiou, dal Tarso Tieroko, dal Tarso Yega, dal Tarso Toon e dall'Ehi Yéy. I prodotti di questa prima attività vulcanica sono stati completamente nascosti dalle eruzioni successive. Nella seconda fase, l'attività vulcanica si spostò verso nord e verso est, formando il Tarso Ourari e le basi ignimbritiche dei vasti tarsos, oltre all'Emi Koussi a sud-est. In seguito, durante la terza fase, aumentò l'emissione di lava e di depositi eruttivi dal Tarso Yega, dal Tarso Toon, dal Tarso Tieroko e dall'Ehi Yéy; il collasso di queste strutture diede origine alle prime caldere. Questa fase vide anche la formazione del duomo lavico di Bounaï e del Tarso Voon. A est, le colate laviche formarono i grandi altopiani del Tarso Emi Chi, del Tarso Ahon e del Tarso Mohi. L'Emi Koussi aumentò di altezza. La quarta fase vide la formazione del Tarso Toussidé e delle colate laviche del Tarso Tôh, a ovest, il collasso della caldera sommitale del Tarso Voon e i relativi depositi eruttivi nella parte centrale, nonché il declino della produzione lavica a est, con l'eccezione dell'Emi Koussi, che continuò a innalzarsi. Nella quinta fase, l'attività vulcanica divenne molto più localizzata e la produzione di lava continuò a diminuire. Si formarono caldere sulla sommità del Tarso Toussidé e dell'Emi Koussi, mentre comparvero i duomi lavici dell'Ehi Sosso e dell'Ehi Mousgou. Infine, nella sesta fase, il Pic Toussidé si formò sul margine occidentale di diverse caldere anteriori al Trou au Natron, insieme a nuove colate laviche, tra cui quella del Timi, sul versante settentrionale del Tarso Toussidé. Avendo avuto poco tempo per essere erose, queste colate presentano un aspetto scuro e recente.[57]

Immagine satellitare delle colate laviche più recenti, in nero, con il vulcano Toussidé (al centro) e il cratere Trou au Natron (in basso a destra)

I crateri Trou au Natron e Doon Kidimi si sono formati ancora più recentemente, con il primo che incide le precedenti caldere del Toussidé. Le colate laviche, i piccoli depositi piroclastici, la comparsa di coni di scorie e la formazione del cratere Era Kohor rappresentano le manifestazioni vulcaniche più recenti dell'Emi Koussi.[58] Attualmente sono segnalate manifestazioni di attività vulcanica in diverse parti del massiccio, tra cui sorgenti termali nel campo geotermico di Soborom e fumarole sul Tarso Voon, presso Yi Yerra vicino all'Emi Koussi e sul Pic Toussidé.[19][24][27] Anche i depositi carbonatici nei crateri Trou au Natron ed Era Kohor testimoniano una più recente attività vulcanica.[27]

Lo studio delle terrazze fluviali ha rivelato alternanze di sabbie grossolane e ghiaie con terrazze di limo, argilla e sabbie fini.[59] Questa alternanza evidenzia ripetuti cambiamenti nei processi dominanti, fluviali o eolici, nelle valli del Tibesti durante il Quaternario.[60] Le fasi di erosione e sedimentazione indicano un'alternanza climatica tra condizioni aride e umide; queste ultime favorirono nel Tibesti una vegetazione probabilmente molto più densa di quella attuale.[N 4][62] Inoltre, la scoperta di carofite calcificate, in particolare appartenenti alla famiglia Characeae, e di fossili di gasteropodi nel Trou au Natron indica la presenza, durante il Pleistocene superiore, di un lago profondo almeno 300 metri.[63] Questi fenomeni sono associati a diverse variazioni climatiche, soprattutto durante l'ultimo massimo glaciale, quando l'aumento delle precipitazioni e la diminuzione dell'evaporazione, dovuta alle temperature più basse, modificarono profondamente il paesaggio.[64] Il Tibesti fornì infatti una quantità considerevole d'acqua al paleolago Ciad fino al V millennio a.C.[65]

Il clima del Tibesti è sensibilmente meno arido rispetto a quello del Sahara circostante, ma gli episodi di pioggia sono estremamente variabili da un anno all'altro.[36][66][67] Nella parte meridionale della catena, tale variabilità è dovuta in larga misura alle oscillazioni della zona di convergenza intertropicale, o ITCZ, che si sposta progressivamente verso nord, in direzione del Ciad settentrionale, da novembre fino ad agosto, accompagnata da masse d'aria monsoniche umide. In condizioni normali, l'ITCZ respinge l'Harmattan, un aliseo secco che soffia da ovest o da sud-ovest dal deserto del Sahara, e porta precipitazioni nel Tibesti meridionale. Talvolta, però, il fronte si ritira precocemente, prima di raggiungere il Tibesti, lasciando asciutta la parte meridionale del massiccio.[40] Nel Tibesti settentrionale, più arido e poco influenzato dal monsone, i temporali sono generati da sistemi meteorologici saharo-sudanesi episodici.[10][66] Per esempio, tra il 1957 e il 1968, Bardaï, sul versante settentrionale della catena, registrò una media annua di appena 12 millimetri di precipitazioni; alcuni anni furono tuttavia completamente asciutti, mentre in altri caddero fino a 60 millimetri di pioggia.[10] In generale, la catena riceve meno di 20 millimetri di precipitazioni all'anno.[35] Le precipitazioni aumentano però con l'altitudine: il Trou au Natron, a 2.250 metri, riceve per esempio 126 millimetri annui. Quando le precipitazioni coincidono con basse temperature, possono cadere sotto forma di neve.[10][68] Ciò avviene, in media, una volta ogni sette anni.[69]

La temperatura massima media mensile è di 28 °C nella parte centrale del Tibesti, mentre la minima media mensile è di 12 °C.[70] Minime di −10 °C non sono rare. Bardaï, situata a 1.020 metri sul livello del mare, registra temperature medie comprese tra 4,6 e 23,7 °C in gennaio, tra 14,4 e 34 °C in aprile e tra 19,4 e 36,7 °C in agosto.[10] La combinazione di temperature elevate e bassa umidità determina tassi di evaporazione potenzialmente molto alti, compresi tra 129 millimetri in gennaio e 254 millimetri in maggio, prosciugando molti enneri prima che possano uscire dalla catena montuosa.[70][71]

Clima a 21°15′N 17°45′E
(1901-2009)[70][72]
Mesi Stagioni Anno
Gen Feb Mar Apr Mag Giu Lug Ago Set Ott Nov Dic InvPriEst Aut
T. max. media (°C) 18,121,025,029,834,236,235,734,033,128,622,718,819,329,735,328,128,1
T. media (°C) 10,312,816,521,025,327,327,026,525,120,715,111,611,620,926,920,319,9
T. min. media (°C) 2,64,68,112,416,518,418,818,617,112,97,44,33,812,318,612,511,8

Flora e fauna

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Proprio come un'isola circondata dall'oceano, l'ecologia del Tibesti si distingue nettamente da quella del deserto circostante.[67][73] Per questo motivo, le montagne rientrano in un bioma proprio, l'ecoregione delle boscaglie xerofile montane del Tibesti-Jebel Uweinat, estesa per 82.000 km², insieme al Jebel Uweinat, una catena montuosa separata che si innalza anch'essa dal Sahara, 650 chilometri più a est.[12][67] Gran parte dell'ecoregione rimane ancora inesplorata a causa della sua remota posizione geografica e della persistente instabilità politica; è tuttavia noto che ospita numerose specie endemiche e minacciate. L'isolamento della regione rappresenta infatti un vantaggio per la flora e la fauna, funzionando come una sorta di rifugio naturale, dove le piante possono crescere relativamente indisturbate e gli animali muoversi con minori interferenze. Ciononostante, la caccia non è regolamentata nella regione e, in passato, la vegetazione ha risentito del sovrapascolo.[67]

Una acacia gialla in Burkina Faso

La flora del Tibesti è di tipo saharo-montano e riunisce elementi mediterranei, sahariani, saheliani e afromontani.[67][74] I livelli di biodiversità e di endemismo sono più elevati nel Tibesti che nei monti Aïr o nell'altopiano dell'Ennedi, sebbene la copertura vegetale dipenda in misura notevole dalle precipitazioni.[75][76] Le oasi si dispongono lungo il corso degli enneri, come l'Enneri Yebige, ancora quasi inesplorato.[35] Queste oasi, più numerose nella parte settentrionale e occidentale della catena, sono punteggiate da acacie, fichi, palme e tamerici.[77] La maggior parte delle guelta è bordata da macrofite, tra cui il cipero liscio e l'equiseto ramoso,[77] e da briofite, tra cui Oxyrrhynchium speciosum e specie del genere Bryum.[78] Nei pressi di questi bacini cresce l'acacia egiziana.[77] Il mirto sahariano e l'oleandro sono presenti tra 1.500 e 2.300 metri di altitudine nella parte occidentale della catena, mentre il tamerice del Nilo cresce ad altitudini simili nella porzione settentrionale.[76] Più a valle, dove la corrente degli enneri è più lenta e l'alveo più profondo, si sviluppano fitte macchie di tamerice athel e arak.[79]

Ai margini del Tibesti, là dove i canyon escono dalla catena montuosa, crescono palme dum.[79] Le rive della Mare de Zoui ospitano fitti popolamenti di canne, tra cui Phragmites australis e Typha capensis, insieme a ciperacee come Scirpoides holoschoenus, giunco marino, giunco rospo ed equiseto ramoso; nelle acque libere cresce invece il potamogeto. Sebbene il lago sembri ricco di fitoplancton, non è stato studiato in modo approfondito.[41][76] A sud e a sud-ovest della catena, tra 1.600 e 2.300 metri di altitudine, gli uadi ospitano specie legnose caratteristiche del Sahel, come il dattero del deserto, la cordia dalle foglie grigie, il fico dalle foglie rosse, il sicomoro, il wonderboom e l'acacia gialla. Chrysopogon plumulosus è la graminacea più comune dell'area. Altre piante presentano caratteri più mediterranei, come Globularia alypum e la lavanda, oppure più tropicali, come la malva indiana dolce e il cosiddetto least snout-bean.[76] L'epatica Plagiochasma rupestre si trova lungo gli uadi a queste altitudini, insieme a muschi dei generi Fissidens, Gymnostomum e Timmiella.[78]

Malva indiana dolce

Le praterie saharo-montane si sviluppano sui pendii, sugli altopiani e nelle porzioni superiori degli uadi, tra 1.800 e 2.700 metri di altitudine. Sono dominate da Stipagrostis obtusa e Aristida caerulescens, oltre che, localmente, da Eragrostis papposa. Arbusti come Anabasis articulata, Fagonia flamandii e Zilla spinosa punteggiano questo ambiente. Sui versanti superiori riparati dell'Emi Koussi cresce la graminacea endemica Eragrostis kohorica, il cui nome deriva dal cratere del vulcano.[76]

La vegetazione al di sopra dei 2.600 metri è costituita da arbusti nani, generalmente alti tra 20 e 60 centimetri e comunque non superiori a un metro. Questa vegetazione arbustiva comprende specie come Pentzia monodiana, Artemisia tilhoana ed Ephedra tilhoana. Alle quote più elevate del Tibesti, l'erica arborea cresce nelle fessure umide formate dalle antiche colate laviche, mentre 24 diverse specie di muschi forniscono il substrato necessario al suo sviluppo.[76] Diversi generi di muschi crescono anche nei pressi delle fumarole, tra cui Fissidens, Campylopus, Gymnostomum e Trichostomum.[78] Anche i licheni, sebbene rari nel clima arido del Tibesti, sono presenti a queste altitudini: sulle cime più elevate si trovano specie come il lichene crostoso verde delle rocce, il cosiddetto lichene “uova strapazzate”, il lichene a disco infossato e Squamarina crassa.[80][81]

Gli sciacalli dorati sono presenti nel Tibesti

I mammiferi sono numerosi nel Tibesti.[67] Tra i bovidi figurano l'addax, specie minacciata, insieme alla gazzella dorcade, alla gazzella bianca e a una popolazione significativa di ammotrago.[67][82][83] I roditori rappresentano l'ordine di mammiferi più numeroso e comprendono il topo spinoso, il gerbillo dalla coda folta e il gerbillo campestre.[67] Sono presenti anche felidi come il gatto selvatico africano e, più raramente, il ghepardo, oltre a varie specie di canidi, tra cui lo sciacallo dorato, il fennec e la volpe di Rüppell.[67][84] Anche la iena striata potrebbe occupare la catena.[67] In passato il licaone viveva nel Tibesti, ma oggi le sue popolazioni locali risultano estirpate.[85] Anche i babbuini olivastri, segnalati ancora nel 1960, sono probabilmente scomparsi dalla regione.[86] I pipistrelli sono ben rappresentati nel Tibesti e includono il pipistrello coda di topo egiziano, il nitteride di Tebe e il ferro di cavallo tridentato.[87] Nell'area vivono inoltre la lepre del Capo e l'irace delle rocce.[67]

Rettili e anfibi sono invece scarsi.[67] Tra i serpenti sono segnalati il Platyceps rhodorachis e il Myriopholis macrorhyncha[67] Tra le lucertole figurano l'agama di Bibron,[N 5] il geco muraiolo anulato e l'uromastice del Sudan.[67][88][89] Studi erpetologici condotti a metà del XX secolo segnalarono la presenza di rane brune e di veri rospi.[90]

Nel Tibesti si trovano numerosi uccelli residenti. Tra questi figurano la grandule coronata, l'allodola codafasciata, la monachella codanera, l'allodola del deserto, il passero del deserto, il garrulo fulvo, l'allodola beccocurvo, la grandule di Lichtenstein, la rondine montana pallida, il trombettiere e la monachella codabianca.[91] Il massiccio del Tibesti è stato designato da BirdLife International come Important Bird Area, cioè area importante per la conservazione degli uccelli.[92]

Le guelta vengono periodicamente rinnovate ogni anno dalle acque temporalesche, che mantengono bassa la salinità e permettono la sopravvivenza di diverse specie di pesci d'acqua dolce. Tra queste figurano il pesce gatto africano dai denti aguzzi, il barbo dalle pinne rosse dell'Africa orientale, il labeo del Tibesti, Labeo tibestii, specie endemica, e la tilapia dal ventre rosso.[35]

Carta del Tibesti e delle regioni circostanti (in francese)

La città di Bardaï, situata sul versante settentrionale delle montagne a 1.020 metri di altitudine, è il capoluogo della regione del Tibesti.[10][93] È collegata alla città di Zouar, posta a sud-ovest, da una pista che attraversa il Tarso Toussidé.[94][95] Il villaggio di Omchi è raggiungibile da Bardaï passando per Aderké, oppure dalla città di Aouzou attraverso Irbi. Queste piste accidentate proseguono verso sud in direzione di Yebbi Souma e Yebbi Bou, seguendo poi il corso dell'Enneri Misky. La metà orientale del Tibesti è isolata da quella occidentale, e il villaggio orientale di Aozi è accessibile dalla Libia passando per Ouri.[94] Zouar dispone di un aeroporto, così come Bardaï, presso Zougra.[96] Bardaï possiede anche un ospedale, sebbene l'approvvigionamento medico dipenda in larga misura dalla situazione politica del momento.[11]

Carta della distribuzione della popolazione toubou in Africa[97]

La grande maggioranza della popolazione appartiene ai Teda, uno dei due gruppi etnici che compongono il popolo toubou. Alcuni clan sono tuttavia Daza, l'altro gruppo toubou, i cui membri lasciarono le loro sedi tradizionali nelle pianure meridionali per spostarsi verso nord, nel Tibesti.[98] I Toubou vivono soprattutto nel Ciad settentrionale, ma sono presenti anche nella Libia meridionale e nel Niger orientale.[99] La lingua toubou comprende due dialetti principali: il tedaga, parlato dai Teda, e il dazaga, parlato dai Daza.[100][101] Nonostante le differenze, i due gruppi toubou tendono generalmente a identificarsi come un unico popolo.[102] I Toubou eleggono un capo, il Derdé, scelto all'interno del clan Tomagra, ma mai dalla stessa famiglia per due successioni consecutive.[103][104][105] Storicamente, i singoli clan raramente contavano più di un migliaio di membri ed erano dispersi in modo ampio all'interno del Tibesti.[106] Nel 2009 la popolazione del Tibesti era ufficialmente stimata in 21.000 abitanti; nel 2017 tale cifra era salita a 54.000.[107] Tuttavia, poiché i Toubou sono in generale seminomadi e si spostano tra le montagne e altre regioni, il Tibesti potrebbe contare non più di 10.000-15.000 residenti permanenti.[108]

La vita tradizionale dei Toubou è scandita dalle stagioni e si divide tra allevamento e agricoltura.[109] Studi antropologici condotti nel XX secolo descrivono i Toubou, in particolare quelli insediati presso i palmeti, come abitanti di semplici capanne circolari costruite con muri di pietra legati da malta o argilla, oppure realizzate con blocchi di argilla o di sale. Nelle zone più elevate, le costruzioni erano in pietra e formavano strutture circolari di circa 1,5 metri di diametro e un metro di altezza, utilizzate come ripari per le capre, granai oppure rifugi e strutture difensive per le persone.[110] In altri casi, i Toubou vivevano in tende facilmente trasportabili tra i campi e i palmeti.[111]

Insediamento umano

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Una donna toubou in abiti tradizionali

Esistono prove della presenza umana nel Tibesti risalenti all'età della pietra, quando una paleovegetazione più densa rendeva più favorevole l'insediamento umano.[61] I Toubou erano stabiliti nella regione già nel V secolo a.C. e finirono per instaurare rapporti commerciali con la civiltà cartaginese.[112][113] Intorno a quel periodo, Erodoto menzionò i Toubou, che definì «Etiopi», descrivendoli come parlanti una lingua simile al «grido dei pipistrelli».[N 6][112][115]

Erodoto riferì inoltre di un conflitto tra i Toubou e la civiltà dei Garamanti, stanziata nell'attuale Libia.[115] Tra l'83 e il 92 d.C., un viaggiatore romano, probabilmente un mercante, di nome Giulio Materno, esplorò il territorio del Tibesti insieme al re dei Garamanti, o sotto la sua protezione.[116][117][118] Gli storici moderni ritengono possibile che il Tibesti facesse parte di un paese non identificato chiamato Agisymba, e che la spedizione di Materno rientrasse in una più ampia campagna militare dei Garamanti contro la popolazione di Agisymba.[N 7][117][119]

Nel XII secolo, il geografo Muhammad al-Idrisi parlò di un «paese degli Zaghawa neri», o allevatori di cammelli, convertiti all'islam. Lo storico Ibn Khaldun descrisse i Toubou nel XIV secolo.[120] Nel XV e XVI secolo, al-Maqrizi e Leone Africano fecero riferimento al «paese dei Berdoa», cioè Bardaï: il primo associava i Toubou ai Berberi, mentre il secondo li descriveva come parenti numidi dei Tuareg.[121]

Distribuzione dei clan del massiccio del Tibesti

I Toubou si stabilirono nel Tibesti in diverse ondate. In generale, i nuovi arrivati uccidevano o assorbivano i clan precedenti dopo scontri spesso lunghi e sanguinosi.[122] I clan teda, considerati indigeni della regione, si insediarono inizialmente intorno all'Enneri Bardagué. Tra questi clan figuravano i Cerdegua, gli Zouia, i Kossseda, soprannominati yobat, cioè «cacciatori d'acqua di pozzo», e forse gli Ederguia, sebbene l'origine di questi ultimi possa essere zaghawa e risalire soltanto al XVII secolo. Questi clan controllavano i palmeti e stipularono un patto di pace con i Tomagra, un vicino clan di allevatori di cammelli che praticava il ghazw, ossia le razzie.[104] Fu in seguito a questo accordo, alla fine del XVI secolo, che il potere venne consolidato sotto il Derdé, principale regolatore dei clan, la cui nomina avviene sempre all'interno del clan Tomagra.[104][123]

Esistono prove di primi insediamenti daza nel Tibesti; tuttavia questi antichi clan, cioè Goga, Kida, Terbouna e Obokina, furono assimilati da successivi clan daza, giunti nel Tibesti tra il XV e il XVIII secolo, forse in fuga dall'Impero di Kanem-Bornu, situato a sud-ovest. Tra questi Daza arrivati più tardi figurano gli Arna Souinga a sud, i Gouboda nel centro-ovest, i Tchioda e i Dirsina a ovest, i Torama nel nord-ovest e nel centro-est, e i Derdekichia, letteralmente «discendenti del capo», nati dall'unione tra un Arna Souinga e una donna Emmeouia, nel nord.[104] Il Tibesti assunse allora il ruolo di roccaforte montana inespugnabile per i nuovi arrivati.[124] Nel frattempo, le continue migrazioni tra il nord e il sud-ovest del Ciad, insieme a una forte mescolanza tra le popolazioni, favorirono un notevole grado di coesione tra le diverse componenti toubou. I periodi di espansione territoriale del X e XIII secolo e quelli di contrazione del XV e XVI secolo coincisero probabilmente con fasi climatiche più o meno marcate di umidità e aridità.[125]

Diversi clan con tradizioni simili a quelle dei Donza della regione del Borkou, a sud del Tibesti, si stabilirono nella catena tra il XVI e il XVII secolo. Tra questi vi erano i Keressa e gli Odobaya a ovest, i Foctoa a nord-ovest e nord-est, e gli Emmeouia a nord. Diversi altri clan, tra cui i Mogode a ovest, i Terintere a nord, i Tozoba al centro, e i Tegua e i Mada a sud, erano in origine clan del popolo bideyat immigrati dall'altopiano dell'Ennedi, a sud-est del Tibesti, più o meno nello stesso periodo. I Mada, tuttavia, emigrarono in larga parte in seguito verso Borkou, Kaouar e Kanem.[104]

L'inizio del XVII secolo vide anche l'arrivo di tre clan provenienti dalla regione di Kufra, a nord-est. I Taïzera si stabilirono sull'altopiano al centro e a ovest del massiccio, probabilmente in fuga dall'avanzata araba nell'attuale Libia. Secondo la tradizione orale, il loro capo fu inizialmente respinto dai clan daza e visse in isolamento finché non ottenne il favore di una donna dirsina. I Mahadena occupano il quadrante nord-orientale della catena e provengono probabilmente dall'oasi di Jalo, in Cirenaica; sarebbero quindi imparentati con le tribù arabe Mogharba, sebbene un'ipotesi alternativa li ritenga di origine bideyat. Dopo anni di conflitto, un ramo del clan Mahadena, i Fortena, si ritirò verso il margine occidentale del Tibesti. I Fortena Mado, o «Fortena rossi», si stabilirono in quell'area, mentre i Fortena Yasko, o «Fortena neri», si spinsero più a ovest, verso Kaouar.[104]

I Tuareg si mescolarono con i clan toubou, in particolare con l'antico clan Goga, da cui nacquero i Gouboda, e con il più tardo clan Arna, da cui derivarono i Mormorea. In entrambi i casi, i nuovi clan furono posti sotto l'autorità di clan sovrani appartenenti alla tradizionale struttura feudale tuareg, anche se finirono poi per essere assimilati dalla maggioranza toubou.[126]

Relazioni regionali e colonizzazione

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A metà del XIX secolo, l'Impero ottomano avviò una campagna di conquista territoriale nell'Africa settentrionale partendo dalla sua base regionale in Libia, ma non riuscì a sottomettere il Tibesti.[127] Nel 1890, con irritazione dei Turchi, Francia e Gran Bretagna firmarono una dichiarazione che riconosceva una zona d'influenza francese nell'Africa settentrionale, dal mar Mediterraneo fino al lago Ciad.[128] In risposta, i Toubou si allearono con gli Arabi senussiti della Libia e accettarono che la metà meridionale del Tibesti potesse servire come base di ripiegamento per i Senussi nella loro lotta contro l'esercito coloniale francese.[129] Man mano che l'influenza senussita si spostava verso sud, anche il suo centro di comando seguì la stessa direzione: nel 1899 fu trasferito nella città di Gouro, sul fianco sud-orientale della catena.[94][130][131] I Senussi fondarono una zawiya a Bardaï, che favorì rapidamente la completa islamizzazione del Tibesti.[15][132] Allo scoppio della guerra italo-turca, i Senussi si allearono con l'Impero ottomano e, su richiesta del Derdé, i Turchi stabilirono guarnigioni nel Tibesti a partire dal marzo 1911. Queste guarnigioni si disgregarono pochi mesi dopo, quando i Toubou attaccarono le truppe turche.[133]

Mentre gli Italiani occupavano il Fezzan, una colonna francese entrò nel Tibesti all'inizio del 1914 partendo da Kaouar.[133][134] La regione si trovava al centro di una disputa tra potenze coloniali,[18] con l'Impero italiano a nord e l'Africa Occidentale Francese a sud. Durante la prima guerra mondiale, una rivolta senussita costrinse gli Italiani a ritirarsi temporaneamente dal Fezzan e dalla parte nord-orientale del Tibesti.[133] Allo stesso modo, la dura resistenza dei Toubou costrinse le truppe francesi a ripiegare verso sud dal Tibesti nel 1916.[135] Dopo un periodo di disordini interni, il Tibesti fu riconquistato dall'impero coloniale francese nel 1929 e la regione venne posta sotto l'amministrazione dell'Africa Equatoriale Francese.[115][135][136] La Libia ottenne l'indipendenza dall'Italia nel 1947 e fu svincolata dalla supervisione britannica e francese nel 1951.[137]

Storia moderna

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Guerra civile ciadiana

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Il Ciad ottenne l'indipendenza dalla Francia nel 1960 e, nel 1965, il governo ciadiano guidato da François Tombalbaye impose la propria autorità amministrativa e giudiziaria nel Tibesti.[123][138] Pochi giorni dopo il ritiro delle truppe francesi dalla regione scoppiò una ribellione a Bardaï, seguita nei mesi successivi da numerosi scontri minori e da una battaglia più importante nella stessa Bardaï nel settembre. In risposta, il governo Tombalbaye impose restrizioni ai viaggi e al commercio dei Toubou e annullò il potere tradizionale dell'allora Derdé, Oueddei Kichidemi.[139] L'anno seguente Kichidemi andò in esilio in Libia e divenne in Ciad un simbolo nazionale dell'opposizione al governo.[123] Questi eventi innescarono la prima guerra civile ciadiana, durata dal 1965 al 1979.[123][140]

Nel 1968 l'esercito francese, su richiesta di Tombalbaye, intervenne nel tentativo di porre fine alla ribellione. Tuttavia, il generale francese Edouard Cortadellas ammise che gli sforzi per reprimere i Toubou erano sostanzialmente senza speranza, osservando: «Credo che dovremmo tracciare una linea sotto la regione del Tibesti e lasciarli alle loro pietre. Non potremo mai sottometterli». I Francesi concentrarono quindi il proprio intervento nel centro e nell'est del paese, lasciando in larga parte isolata la regione del Tibesti.[141][142]

Nel 1969, Goukouni Oueddei, un capo teda, e Hissène Habré, un capo daza, emersero dal Tibesti per formare il Secondo Esercito di Liberazione.[143] Nell'aprile 1974 il Secondo Esercito di Liberazione conquistò Bardaï sottraendola al governo ciadiano e prese in ostaggio l'archeologa francese Françoise Claustre, il medico tedesco Christophe Staewen e Marc Combe, assistente del marito di Claustre, trattenendoli sulle montagne.[143][144][145] La moglie di Staewen e due soldati dell'esercito ciadiano furono uccisi.[146] Il governo della Germania Ovest pagò rapidamente il riscatto e Staewen fu liberato. Il governo francese inviò l'ufficiale Pierre Galopin a negoziare con i ribelli, ma questi fu catturato e giustiziato nell'aprile 1975. Marc Combe riuscì a fuggire nel maggio 1975. Gli ostaggi rimanenti furono liberati nel gennaio 1977 a Tripoli, dopo che la Francia ebbe accettato la richiesta di riscatto dei ribelli.[144][145] L'episodio degli ostaggi, noto come l'affaire Claustre, provocò una frattura tra i governi francese e ciadiano.[143][147]

Un'ulteriore frattura si aprì tra Goukouni e Habré e, nel 1976, si estese al Secondo Esercito di Liberazione, lasciando una fazione comandata da Habré e l'altra guidata da Goukouni e sostenuta dalla Libia.[147][148] Nel giugno 1977 le forze di Goukouni attaccarono la roccaforte del governo ciadiano a Bardaï.[149][150] I ribelli attaccarono anche Zouar. Questi scontri causarono la morte di 300 soldati governativi.[149] Bardaï si arrese ai ribelli il 4 luglio, mentre Zouar fu evacuata.[149] Il governo ciadiano, guidato da Félix Malloum dopo il rovesciamento di Tombalbaye nel 1975, firmò un accordo di pace con Habré nel 1978, sebbene i combattimenti con altri gruppi ribelli, molti dei quali allineati con la Libia, continuassero.[149][151]

Guerra del Tibesti

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Lo stesso argomento in dettaglio: Guerra libico-ciadiana.
Carta che mostra la Striscia di Aozou tra il Ciad e la Libia[152]

Nel 1978 scoppiò la guerra tra Ciad e Libia, apparentemente per il controllo della Striscia di Aouzou, una zona di frontiera di 114.000 km² tra Ciad e Libia che si estende nel Tibesti e che si riteneva contenesse giacimenti di uranio.[115][152][153][154] Nel 1980 la Libia utilizzò la striscia come base da cui lanciare un attacco, guidato da Goukouni, contro la capitale ciadiana N'Djamena, situata nel sud del paese e controllata da Habré.[155] N'Djamena cadde in dicembre; tuttavia, sotto una forte pressione internazionale, la Libia si ritirò dal Ciad meridionale alla fine del 1981 e le Forze Armate del Nord, o FAN, di Habré presero il controllo dell'intero Ciad, con l'eccezione del Tibesti, dove Goukouni si ritirò con le sue forze del Governo di Unione Nazionale di Transizione, o GUNT, sostenute dalla Libia.[155][156][157] Goukouni istituì quindi a Bardaï un Governo Nazionale di Pace e lo proclamò governo legittimo del Ciad. Habré attaccò il GUNT nel Tibesti sia nel dicembre 1982 sia nel gennaio 1983, ma fu respinto in entrambe le occasioni. Sebbene i combattimenti si intensificassero nei mesi successivi, le montagne rimasero sotto il controllo delle forze del GUNT e della Libia.[158]

Nel 1986, dopo una serie di sconfitte militari, il GUNT cominciò a disgregarsi insieme ai rapporti tra Goukouni e la Libia.[159][160][161] In dicembre Goukouni fu arrestato dalle autorità libiche, provocando l'attacco delle sue truppe contro le posizioni libiche nel Tibesti e costringendo i Libici a ritirarsi.[161][162] La Libia cercò di riprendere Bardaï e Zouar, inviando nel Tibesti una forza operativa di 2.000 soldati con carri armati T-62 e un pesante supporto dell'aeronautica libica.[161] L'offensiva iniziò con successo, espellendo il GUNT dalle sue principali roccaforti.[163] L'attacco finì però per ritorcersi contro la Libia, poiché provocò la rapida reazione di Habré, che inviò 2.000 soldati a sostegno delle forze del GUNT.[164] Sebbene i Libici fossero stati respinti solo in parte dal Tibesti, la campagna nel suo complesso rappresentò una grande vittoria strategica: trasformò infatti una guerra civile in una guerra nazionale contro un invasore straniero, stimolando in Ciad un senso di unità nazionale senza precedenti.[164][165] Dopo una serie di sconfitte nel Ciad nord-orientale, le forze libiche si ritirarono completamente dal Tibesti nel marzo 1987.[166]

Guerra dell'MDJT

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Dopo un decennio di relativa pace, alla fine del 1997 il Tibesti vide la nascita del Movimento per la Democrazia e la Giustizia in Ciad, o MDJT, un gruppo ribelle contrario al presidente ciadiano Idriss Déby.[167] Forte di circa 1.000 combattenti nel momento di massima espansione, tra il 2000 e il 2001, e finanziato da clan teda libici e dal governo libico, l'MDJT riuscì a prendere il controllo di diverse città del Tibesti.[168] Gli scontri con l'Esercito Nazionale Ciadiano, o ANT, furono particolarmente violenti tra il 1998 e il 2002, causando la morte di 500-850 ribelli dell'MDJT e di un numero analogo di soldati dell'ANT in varie località del Ciad settentrionale, tra cui Bardaï.[169] Sebbene le vittime civili siano state relativamente limitate, molti civili furono uccisi o feriti dalle mine terrestri, e la guerra provocò lo sfollamento di gran parte della popolazione locale.[170]

Tra il 1998 e il 2010 l'MDJT instaurò nella regione del Tibesti una debole autorità di governo, di fatto indipendente da quella del Ciad.[171] Nel 2002, tuttavia, indebolito dall'isolamento nel Tibesti e da una serie di sconfitte militari, l'MDJT si divise in diverse fazioni dopo la morte del suo leader, Youssouf Togoïmi.[172] Nel 2005, sotto pressione della Libia, la fazione «più legittima» dell'MDJT firmò un accordo di pace con il governo ciadiano, ma la guerra continuò, seppure a minore intensità.[173] Tra il 2009 e il 2010 gli ultimi ribelli dell'MDJT si arresero al governo ciadiano.[174] L'eredità di decenni di guerra continua a gravare sul Tibesti, segnato dalla debole presenza dello Stato, da una cultura guerriera e da un paesaggio disseminato di migliaia di mine terrestri.[18][171]

Corsa all'oro

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L'oro fu scoperto nel Tibesti nel 2012, attirando cercatori da tutto il Sahel.[175] L'arrivo dei migranti ha provocato violenti conflitti con i Teda locali, un problema aggravato dall'afflusso di armi nella regione a causa delle guerre in corso nel Darfur e in Libia.[176] La violenza è nata anche da dispute tra gli stessi minatori; per esempio, circa 100 persone furono uccise nel maggio 2022 a causa di una «banale controversia» tra cercatori d'oro.[177] L'aumento della migrazione ha inoltre favorito il traffico di droga, poiché il Tibesti si trova lungo la rotta transahariana del contrabbando della cocaina sudamericana destinata all'Europa.[178][179] Nondimeno, la scoperta dell'oro ha portato benefici economici a una regione impoverita. Molti abitanti del Tibesti hanno potuto acquistare beni come automobili, televisori e telefoni satellitari, che altrimenti non avrebbero potuto permettersi. «Se, per grazia di Dio, non fosse apparso l'oro, non avremmo neppure qualcosa da mangiare», osservò un cercatore del Tibesti.[180]

Esplorazione scientifica e ricerca

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Gustav Nachtigal, il primo esploratore europeo del Tibesti

A causa del suo isolamento e della sua situazione geopolitica, il Tibesti rimase a lungo inesplorato dagli scienziati.[17] Il tedesco Gustav Nachtigal fu il primo europeo a esplorare, sebbene con grandi difficoltà, il Tibesti nel 1869.[181] Sebbene Nachtigal fornisse una descrizione accurata della popolazione, la sua spedizione incontrò una feroce opposizione da parte dei Toubou, e il suo resoconto scoraggiò per oltre quarant'anni nuove imprese nel Tibesti.[182][183] Le spedizioni successive, condotte tra il 1920 e il 1970, produssero preziose informazioni sulla geologia e sulla petrologia della catena.[17] L'antropologo francese Charles le Cœur e sua moglie Marguerite, geografa, vissero tra i Teda del Tibesti tra il 1933 e il 1935. Le Cœur fu il primo a studiare da vicino la popolazione del Tibesti, ma lo scoppio della seconda guerra mondiale gli impedì di pubblicare le sue ricerche.[N 8][182][184] Il colonnello francese Jean Chapelle pubblicò nel 1957 un libro sui Toubou e sul loro stile di vita.[182] Nel 1965 la Libera Università di Berlino aprì una stazione di ricerca geomorfologica a Bardaï; tuttavia, le ricerche furono rallentate dalla guerra civile ciadiana e la stazione fu infine chiusa nel 1974.[185][186]

Sebbene il Tibesti sia uno degli esempi più importanti al mondo di vulcanismo intracontinentale, la persistente instabilità politica e la presenza di mine terrestri fanno sì che oggi la ricerca geologica debba spesso basarsi su immagini satellitari e su confronti con gli studi sui vulcani marziani.[187] Fino al lavoro di Gourgaud e Vincent del 2004 erano state condotte poche ricerche geologiche pubbliche sul Tibesti; tuttavia, una spedizione del 2015 cercò di valutare la possibilità di istituire una nuova stazione di ricerca geoscientifica a Bardaï.[18][188]

Storia dell'alpinismo

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Sebbene non si trattasse di un'ascensione alpinistica in senso stretto, Gustav Nachtigal raggiunse i 2.400 metri di altitudine attraversando un passo nei pressi del Pic Toussidé durante la sua esplorazione del Tibesti nel 1869.[189] L'inglese Wilfred Thesiger raggiunse nel 1938 la vetta più alta della catena, l'Emi Koussi, alto 3.415 metri.[1][190] Nel 1948 la Fondazione Svizzera per la Ricerca Alpina organizzò una spedizione guidata da Edouard Wyss-Dunant, che scalò sia la cima sia la guglia del Botoum, alte rispettivamente 2.400 e 2.000 metri.[191]

Nel 1957 Peter Steele guidò una spedizione dell'Università di Cambridge con l'obiettivo di conquistare il Tarso Tieroko, che Thesiger aveva descritto come «probabilmente la vetta più bella del Tibesti».[192] Dopo aver scalato due cime situate su una cresta a nord,[N 9] tentarono il Tieroko, ma a soli 60 metri dalla vetta si trovarono davanti a una parete verticale di roccia friabile e furono costretti a scendere. Dopo questa sconfitta, colsero l'occasione per salire sull'Emi Koussi, diciannove anni dopo la prima ascensione di Thesiger, e anche sul Pic Woubou, una guglia prominente situata tra Bardaï e Aouzou.[193] Sette anni più tardi, nel 1965, una squadra guidata dall'inglese Doug Scott riuscì a scalare il Tieroko.[194]

Nel 1963, una spedizione guidata dall'italiano Guido Monzino salì una vetta nel massiccio delle Aiguilles di Sissé che, pur innalzandosi soltanto di 240 metri rispetto al terreno circostante, si rivelò «molto difficile».[195] L'inglese Eamon «Ginge» Fullen scalò nel 2005 il Bikku Bitti, la vetta più alta della Libia con i suoi 2.266 metri, completando con successo un tentativo riconosciuto dal Guinness World Records.[23][196] A causa dell'instabile situazione politica, l'alpinismo nel Tibesti rimane ancora oggi un'impresa complessa e impegnativa.[197]

Risorse naturali

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Amazzonite proveniente dall'Etiopia

Sebbene la presenza di oro fosse nota da tempo in piccole quantità, giacimenti consistenti furono scoperti nel 2012.[198][199] Sono stati rinvenuti anche diamanti. Le montagne e le aree circostanti potrebbero inoltre contenere quantità significative di uranio, stagno, tungsteno, niobio, tantalio, berillio, piombo, zinco e rame.[199] È presente anche l'amazzonite, che secondo alcune testimonianze sarebbe stata estratta già dall'antica civiltà libica dei Garamanti.[200][201][202] Oggi viene estratto il sale, che rappresenta un'importante fonte di reddito per i Toubou.[101]

Il campo geotermico di Soborom, il cui nome significa «acqua curativa»,[N 10] è noto agli abitanti locali per le sue presunte proprietà medicinali; si ritiene infatti che le sue pozze possano alleviare dermatiti e reumatismi dopo alcuni giorni di immersione.[9] Secondo le analisi più recenti disponibili, risalenti al 1992, la Mare de Zoui e i suoi dintorni erano visitati raramente, fatta eccezione per un'oasi vicina. Nelle pianure del Borkou, nei pressi dell'Emi Koussi, si trovano tuttavia numerose piccole oasi ampiamente sfruttate. Si ritiene che quest'acqua provenga dal Tibesti, dal quale scorrerebbe nel sottosuolo prima di riaffiorare presso queste sorgenti.[41]

A ovest e a nord della catena si trovano oasi accessibili. Dove le zanzare non sono troppo numerose, esse sostengono diversi villaggi, come Zouar, dove già negli anni cinquanta le specie vegetali autoctone erano state in gran parte sostituite da circa 56.000 palme da dattero, Phoenix dactylifera.[204][205] I datteri vengono raccolti tra la fine di luglio e l'inizio di agosto.[111] In inverno, quando le riserve si esauriscono, non è raro che i noccioli dei datteri e le fibre delle palme vengano macinati fino a ottenere una pasta da consumare. Sopravvivono ancora alcune specie di palme native, come la palma dum, Hyphaene thebaica, dai cui frutti, duri ma vagamente dolciastri, si raccolgono le scorze, che vengono macinate e mangiate nonostante il basso valore nutritivo.[204] Sulle rive degli enneri cresce il coloquintide, Citrullus colocynthis, raccolto in ottobre per estrarne i semi amari che, dopo essere stati lavati, vengono macinati per produrre farina.[206] Tradizionalmente, nel mese di agosto sono le donne a occuparsi della raccolta dei cereali selvatici sui tarsos.[111]

L'orticoltura è praticata su piccola scala mediante metodi tradizionali di irrigazione.[205] Nei palmeti possono essere coltivati anche frumento, miglio e mais, ma i raccolti sono irregolari e talvolta vengono spazzati via dalle piene.[111] Negli anni cinquanta, includendo anche l'orzo, il Tibesti produceva complessivamente circa 300 tonnellate di cereali all'anno.[204] Nelle pianure del Borkou alcuni campi sono irrigati, e vi possono abbeverarsi bovini, capre e dromedari.[79] Negli anni cinquanta si stimava che nella catena fossero allevati circa 50.000 capi tra capre e, più raramente, pecore, oltre a 8.000 dromedari e 7.000 asini.[111][205] Dopo le siccità degli anni settanta e ottanta, i dromedari hanno finito per prevalere sui bovini.[101] La maggior parte degli animali trascorre l'inverno sugli altopiani o nelle alte valli. Scendono nelle valli inferiori in febbraio, subito dopo la semina del frumento, per poi risalire in giugno, così da permettere la raccolta.[111] La pesca è possibile nelle pozze d'acqua.[207] Tradizionalmente, i prodotti agricoli venivano scambiati una volta all'anno con tessuti.[111]

In quanto catena montuosa più elevata del Sahara, dotata di fenomeni geotermici, di una cultura caratteristica e di numerose testimonianze di arte rupestre e parietale, il Tibesti possiede un notevole potenziale turistico.[208][209][210] Tuttavia, le strutture ricettive sono, nella migliore delle ipotesi, molto limitate.[211] All'inizio degli anni 2010, la compagnia francese di viaggi d'avventura Point-Afrique finanziò la riparazione dell'aeroporto di Faya-Largeau, circa 200 chilometri a sud-est del Tibesti, e istituì voli charter diretti tra Faya e Marsiglia. Sebbene questi voli portassero soprattutto turisti diretti ai laghi di Ounianga, sito patrimonio mondiale dell'UNESCO, vi era una forte speranza che potessero aprire anche le porte al turismo nel Tibesti.[209][212] Il governo ciadiano, per esempio, investì in un campo turistico con padiglioni recintati a Bardaï.[209][211] Tuttavia, in seguito alla crisi libica e all'intervento francese in Mali, il governo francese fece pressione sugli operatori turistici affinché impedissero ai turisti francesi di avventurarsi nel Sahara, e i voli furono interrotti.[209]

Al 2017, in Ciad operavano sostanzialmente solo due tour operator, gestiti da ciadiani e italiani e con sede a N'Djamena, che proponevano tutti i viaggi disponibili nel paese, comprese le spedizioni nel Tibesti.[209] I tour durano in genere diverse settimane, con i viaggiatori alloggiati in tende.[210][213] Essi comprendono l'incontro con le tradizioni culturali toubou e la visita alle testimonianze di arte rupestre e parietale del Tibesti.[210] Il perdurare dell'instabilità civile e la presenza di mine terrestri costituiscono un pericolo per i turisti e, nonostante la presenza occasionale di gruppi organizzati, il Tibesti resta uno dei luoghi più isolati della Terra.[18][210][214]

Conservazione

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Le risorse disponibili per la conservazione del Tibesti sono limitate.[67] Nel 2006, diversi gruppi di lavoro non governativi proposero l'istituzione di un'area protetta per tutelare le popolazioni locali di gazzella bianca e ammotrago.[82][83] L'area protetta avrebbe dovuto ispirarsi alla Riserva faunistica di Ouadi Rimé-Ouadi Achim, situata più a sud. Tuttavia, a causa di ostacoli economici e politici, il progetto non è andato oltre la fase di proposta.[215] Nondimeno, l'istituzione di due siti patrimonio mondiale[N 11] nel Ciad settentrionale, nel 2012 e nel 2016, ha riacceso la speranza che un risultato analogo possa essere ottenuto anche nel Tibesti.[209]

Arte e letteratura

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Arte rupestre e parietale

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Arte rupestre nel Fezzan

Il Tibesti è rinomato per le sue testimonianze di arte rupestre e parietale.[218] Sono stati individuati circa 200 siti con incisioni e un centinaio di siti con pitture. Molte opere risalgono al VI millennio a.C., molto prima dell'arrivo dei Toubou. Le raffigurazioni hanno subito gli effetti del tempo e, in particolare, l'erosione provocata dalla sabbia trasportata dal vento.[208] Le opere più antiche rappresentano spesso animali successivamente scomparsi dalla regione a causa dei mutamenti climatici, tra cui elefanti, rinoceronti, ippopotami e giraffe. Le testimonianze più recenti raffigurano invece struzzi, antilopi, gazzelle, babbuini e pecore. Le opere posteriori, risalenti a meno di duemila anni fa, mostrano animali domestici, come bovini e cammelli.[208][219]

Altre incisioni raffigurano guerrieri ornati di piume o decorazioni appuntite e armati di archi, scudi, zagaglie o coltelli tradizionali.[219] Sono rappresentate anche cerimonie e scene di vita quotidiana. Le pareti di un canyon nei pressi di Bardaï conservano incisioni alte più di due metri, tra cui quella nota come «uomo di Gonoa», dal nome dell'enneri che attraversa la valle. Queste raffigurazioni mostrano principalmente scene di caccia. L'arte del Tibesti si distingue da quella di altre regioni del Sahara per l'assenza di iscrizioni, la relativa scarsità di carri e la ridotta presenza di cammelli e cavalli fino a epoche relativamente recenti.[208]

Il Tibesti ha ispirato diverse opere artistiche e letterarie contemporanee. Le guglie vulcaniche della catena, accompagnate dalla raffigurazione stilizzata della testa di un ariete, comparvero su un francobollo da 20 franchi CFA emesso dalla Repubblica del Ciad nel 1962.[220] Nel 1989 il pittore e scultore francese Jean Vérame utilizzò l'ambiente naturale del Tibesti per realizzare opere multidimensionali di land art, dipingendo direttamente le rocce.[221][222]

Il Tibesti compare anche nel racconto del 1958 Le mura di Anagoor dello scrittore italiano Dino Buzzati.[N 12] Nella storia, una guida locale si offre di mostrare a un viaggiatore le mura di una grande città che non compare sulle carte geografiche. La città è straordinariamente ricca, ma vive in completa autarchia e non riconosce alcuna autorità superiore. Il viaggiatore attende invano per molti anni di poter entrare nella misteriosa città del Tibesti.[223][225]

  1. Secondo una teoria alternativa, il nome Toubou significherebbe «uccello», perché i membri di questo popolo comunicano mediante fischi oppure perché corrono velocemente.[3]
  2. Nel Tibesti le temperature possono scendere fino a −10 °C.[10]
  3. Il Pic Toussidé costituisce il punto culminante dell'altopiano del Tarso Toussidé.[8]
  4. È improbabile che la vegetazione del passato fosse qualitativamente molto diversa da quella attuale, sebbene gli elementi della flora mediterranea fossero probabilmente un po' più diffusi.[61]
  5. Sebbene venga generalmente identificata con Agama impalearis, l'agama del Tibesti potrebbe in realtà appartenere alla specie afrotropicale Agama agama.[88]
  6. Erodoto descrisse alcuni «Trogloditi etiopi», situati a «dieci giorni di viaggio» da Awjila, nei pressi di un «cumulo di sale, acqua e palme», che venivano inseguiti dai carri a quattro cavalli dei Garamanti.[114] Chapelle, 1982, p. 36 ritiene che si trattasse dei Toubou: i trogloditi sono infatti, per definizione, abitanti delle caverne, e le uniche grotte presenti nei pressi della località descritta sono quelle del Tassili n'Ajjer e del Tibesti. Inoltre, gli erg confinanti con il Tassili n'Ajjer non sono adatti al transito dei carri, mentre i pianeggianti reg che circondano il Tibesti avrebbero permesso ai Garamanti di inseguire coloro che venivano a saccheggiare i palmeti.
  7. Secondo Oliver, 1975, p. 290, questa popolazione era «con ogni probabilità» quella dei Toubou.
  8. Le Cœur morì in combattimento in Italia nel 1944.[184]
  9. Le due cime sono chiamate «The Imposter», ossia «l'Impostore», e «Hadrian's Peak», cioè «Picco di Adriano».[192]
  10. Almeno un'altra fonte riferisce che il nome significherebbe invece «acqua bollente».[203]
  11. I laghi di Ounianga[216] e l'altopiano dell'Ennedi.[217]
  12. Sebbene la vicenda di Le mura di Anagoor sia ambientata nel Tibesti,[223] almeno una traduzione inglese ha trasferito l'ambientazione in Tibet.[224]

Bibliografiche

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